19 maggio 2013

Third Meeting of the EABCT SIG on OCD- Assisi, May 9-12 2013 – Spring School: latest developments in the treatment of obsessive-compulsive disorder- Assisi, May 13-14 2013

di Davide Coradeschi, PhD

Si è appena conclusa una lunga, ricca e stimolante maratona scientifica sullo stato dell’arte del trattamento cognitivo-comportamentale del disturbo ossessivo-compulsivo. Il congresso del gruppo d’interesse specifico sul DOC dell’EABCT sapientemente organizzato dalla Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma è giunto ormai alla sua terza edizione. Il successo dell’iniziativa è dimostrato dalla partecipazione di un numero crescente di esperti provenienti da tutto il mondo che si sono alternati sul palco della Cittadella di Assisi, presentando un totale di ben 23 studi. Da Reuven Dar e Johnathan Huppert per il contingente israeliano, al canadese Kieron O’Connor, al folto gruppo scandinavo fino al ben rappresentato gruppo spagnolo e naturalmente i massimi esperti italiani capeggiati dal gruppo di Francesco Mancini e Davide Dèttore. Per la prima volta in questa edizione un gruppo di referaggio è stato necessario per selezionare i lavori più interessanti non potendo rispondere alle numerose richieste di presentazione. Il risultato è stato una serie d’interventi  di buon livello metodologico con particolare attenzione alle ricadute sul lavoro clinico.

I colleghi israeliani hanno proposto interessanti studi sperimentali: dall’effetto paradossale dell’automonitoraggio degli stati  interni caratteristico dei pazienti DOC sulla percezione della vicinanza emotiva con l’altro, alla valutazione di possibili deficit dei meccanismi d’inibizione propri delle funzioni cognitive superiori, alla base della sintomatologia o-c, e ancora interessanti manipolazioni sperimentali che dimostrerebbero l’assenza dell’effetto placebo nel trattamento dei pazienti DOC.

Spazio anche alle nuove tecnologie nel trattamento del DOC con stimolanti studi pilota che il gruppo spagnolo ha effettuato sull’impiego della realtà virtuale nelle tecniche di esposizione.

Promettenti e rassicuranti studi di efficacia sono stati presentati dai colleghi scandinavi: dal monumentale LOTS (The Nordic Long-term OCD Treatment Study) studio multicentrico sull’efficacia della CBT per il DOC in età evolutiva  (269 soggetti provenienti da cliniche norvegesi, svedesi e danesi) con il 74% di responders al termine di 14 settimane di trattamento, alla valutazione d’interventi di gruppo ad alta intensità.

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Per un approfondimento…

Numerosi gli interventi della scuola di psicoterapia romana  con rassegne e studi psicofisiologici applicati ai temi del disgusto e della colpa. Ancora di matrice italiana lo studio di efficacia sui programmi residenziali di trattamento per il DOC resistente e un lavoro sulla relazione tra propensione al disgusto, colpa come tratto e contaminazione mentale.

Menzione particolare alla Spring School, nuova iniziativa che ha affiancato il meeting in una due giorni intensiva a diretto contatto con esperti, e soprattutto clinici, di fama mondiale. I partecipanti, tra cui chi scrive, hanno avuto la preziosa possibilità di cogliere da vicino l’importante e delicato processo d’integrazione tra la seconda e terza generazione della terapia cognitivo-comportamentale per il DOC. In un clima di rispettosa e fruttuosa dialettica, conservatori e innovatori hanno permesso agli allievi di consolidare la conoscenza di tecniche validate come l’esposizione con prevenzione della risposta e di apprendere promettenti e stimolanti approcci terapeutici come l’Acceptance Commitment Therapy  particolarmente indicata nella gestione dei processi ossessivi.

Doveroso ringraziamento a Barbara Barcaccia gentile e competente anfitrione del congresso per aver reso possibile un’iniziativa che sono sicuro abbia lasciato, come in chi scrive, una rinnovata fiducia ed interesse nell’alleviare l’immane sofferenza dei nostri pazienti ossessivi.

15 maggio 2013

3° Meeting sul Disturbo Ossessivo Compulsivo

di Katia Tenore

Si è tenuto lo scorso weekend l’ultimo incontro dello Special Interest Group EACBT sul Disturbo Ossessivo Compulsivo.

Si tratta solo della terza edizione, ma per me, che ho avuto la fortuna di partecipare a tutti gli appuntamenti, sta assumendo la connotazione di una tradizione. Di anno in anno, il gruppo di lavoro diviene sempre più numeroso e rappresentativo delle diverse nazioni (europee e non) mentre la qualità dei lavori rimane costantemente esemplare.  Molti stimoli, molte angolature da cui osservare il DOC, partendo dal tradizionale laboratorio di ricerca, ma volgendo anche curiosamente lo sguardo alle nuove tecnologie: realtà virtuale e applicazioni per smartphone, come strumenti per accompagnare il paziente nel processo di cura.

Come sempre torno arricchita dall’ “esposizione” a  nuove conoscenze scientifiche e dallo stimolante scambio interculturale e segno in agenda il prossimo appuntamento!

16 aprile 2013

“Attaccamento Traumatico: Dall’Infanzia all’Età Adulta”: breve cronaca di un Simposio

di Walter Sapuppo Walter

Nella meravigliosa cornice architettonica del Complesso Monumentale di S. Maria la Nova a Napoli, a metà tra il rinascimentale e il barocco, il giorno 12 Aprile si è svolto il simposio dal titolo “Attaccamento Traumatico: Dall’Infanzia all’Età Adulta” organizzato dalla Scuola di Psicoterapia Cognitiva – SPC, sede di Napoli, con il patrocinio della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva – SITCC. L’atmosfera che si respira, sin dalle prime ore del mattino, è quella tipica di un grande evento: atteso e organizzato fin nei minimi dettagli. Il “colpo d’occhio”, una volta entrati nel Complesso, è impressionante e l’attenzione ricade immediatamente sui circa 600 posti a sedere -di lì a pochi minuti interamente occupati da professionisti della salute mentale, specializzandi e studenti universitari- disposti dall’organizzazione sotto la navata centrale, tra opere pittoriche di Corenzio e Malinconico.

Aprono i lavori il Dott. Francesco Mancini (Direttore della Scuola di Psicoterapia Cognitiva – SPC) e il Dott. Rosario Esposito (Scuola di Psicoterapia Cognitiva – SPC e responsabile SITCC Campania), con il saluto istituzionale del Dott. Raffaele Felaco (Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Regione Campania) e l’introduzione al tema della giornata del Prof. Nino Dazzi (chairman e discussant della sessione di lavori mattutina; “Sapienza”, Università di Roma).  continua a leggere »

11 aprile 2013

“All too Emotional”: Convegno sulle emozioni

di Barbara Basile  Basile

I massimi esperti statuitensi sulle emozioni (James Gross, Lisa Barrett, Tor Wager) e diversi professori israeliani, tra cui Talma Hendler, Gal Sheppes, Maya Tamir e Hillel Aviezer, sono riuniti nel Campus Universitario di Tel Aviv, in Israele, per condividere e confrontarsi sui modelli di funzionamento e i risultati comportamentali, elettrofisiologici e neuronali degli studi che, negli ultimi anni, hanno indagato le Emozioni.

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9 gennaio 2013

The paradoxes of depression: a goal driven approach

di Francesco Mancini

È stato pubblicato il capitolo di F. Mancini e A. Gangemi dal titolo “The paradoxes of depression: a goal driven approach”.

Le bozze del capitolo sono scaricabili qui pdf-logo

In caso di uso, si prega di citare F. Mancini e A. Gangemi dal titolo The paradoxes of depression: a goal driven approach. in The goals of cognition: essays in honour of Cristiano Castelfranchi (edited by F. Paglieri, L. Tummolini, R. Falcone e M. Miceli), pp 253.273, College Pubblications, 2012
http://www.istc.cnr.it/news/festcris

Il capitolo è dedicato ai paradossi della reazione depressiva (RD), cioè alla reazione con cui normalmente gli esseri umani rispondono a perdite e fallimenti che considerano senza speranza di recupero o sostituzione. La depressione clinica è di solito considerata una variante più intensa e duratura della reazione depressiva, ma  non è l’oggetto del capitolo. Le manifestazioni della RD sono riducibili a due insiemi. Nel primo vi sono il dolore, la tristezza, il pianto e i lamenti. Questi sintomi assieme alla ruminazione sul bene perduto e alla più generale difficoltà a distaccarsi da ciò che ricorda il bene perduto, dimostrano che a seguito di una perdita e di un fallimento l’investimento nel bene perduto o nella meta fallita si mantiene o addirittura aumenta, infatti, si pensa a una persona perduta da poco, più di quanto ci si pensava prima. Per un verso ciò appare del tutto ovvio e scontato: nessuno si stupisce per il pianto e la disperazione di chi ha perso una persona cara. Tuttavia, ad uno sguardo più attento, è anche vero che mantenere, o addirittura aumentare, l’investimento in un bene che si sa essere perduto, senza speranza di recupero, appare paradossale: che senso ha, infatti, piangere e disperarsi per il latte versato? Perché si continua a investire in un bene che si sa essere perduto per sempre? Non sarebbe più funzionale distaccarsene e dedicarsi ad altro?

Il secondo insieme di sintomi include la perdita di interessi, l’anedonia, il pessimismo e la conseguente riduzione della attività. Questi sintomi, al pari dei precedenti, appaiono del tutto scontati e normali e non sembrano sollevare alcun problema, infatti, sembra ovvio che dopo un lutto si perda interesse per il lavoro, che gli amici non diano più piacere e si preferisca chiudersi in casa. Ma, anche in questo caso, ad un esame più attento la questione non appare per niente ovvia e scontata, anzi, piuttosto, si rivela problematica: perché si perdono i nomali interessi e non si gode più di ciò che prima suscitava piacere? Non sarebbe più funzionale cercare di compensare il bene perduto aumentando investimenti alternativi? Perché invece si disinveste?
La persistenza di un investimento in qualcosa che si sa essere perduto e il disinvestimento da beni alternativi pongono due problemi. Il primo è un problema psicologico. Premesso che la mente è un apparato al servizio di bisogni, desideri e scopi dell’individuo, come è possibile che reagisca alle perdite e ai fallimenti, deprimendosi, cioè mantenendo o addirittura rafforzando l’investimento nel bene perduto (endowment effect)  e, al contempo, disinvestendo da beni alternativi o sostitutivi? La soluzione cognitivista standard, cioè quella di Beck, spiega il pessimismo e quindi, in parte, la perdita di interessi ma con difficoltà rende ragione dell’anedonia e, soprattutto, non considera la persistenza dell’investimento in un bene che si sa essere perduto senza speranza. La soluzione Freudiana, cioè la depressione come autopunizione per aver distrutto l’oggetto d’amore, urta contro l’osservazione dei fatti: il senso di colpa, infatti, non è una componente sistematica della reazione depressiva studies on the relationship between guilt and depression show only a very weak association (e.g., Kim et al., 2011), per giunta, quando è presente, è di solito legato al fatto stesso di essere depressi.
Il secondo problema è evoluzionistico. Perché si è evoluta una razza che reagisce alle perdite e ai fallimenti deprimendosi? La reazione depressiva implica un vantaggio evolutivo? Se si, quale è? Oppure dobbiamo ammettere che ci siamo evoluti nonostante la tendenza a reagire depressivamente?

La soluzione al problema psicologico, che noi proponiamo, prende spunto da una osservazione piuttosto comune, esemplificata da una signora in lutto per aver perso il marito: “se io dessi via i suoi vestiti e gli oggetti che lui usava tutti I giorni, sarebbe come perderlo una seconda volta” e aggiungeva “se smettessi di tenere puliti e in ordine i suoi vestiti, sarebbe come scrivere la parola fine alla nostra storia e perdere definitivamente anche il nostro passato assieme”. La spiegazione della signora rivela due aspetti legati fra loro: innanzitutto che il suo investimento non era finalizzato a riavere il marito ma a evitare di perderlo “una seconda volta”  e che, in secondo luogo, disinvestire da ciò che ricordava il marito equivaleva a sanzionarne la perdita definitiva e a perdere anche ciò che era stato fra loro. In sintesi, disinvestire avrebbe implicato un costo, che possiamo definire sommerso (il ben noto fenomeno dei sunk costs). Una persona cara morta, infatti, può essere ulteriormente perduta disinvestendo  da ciò che la ricorda e investendo in altro. Nella RD, dunque, l’investimento non è per il recupero del bene perduto ma per evitare di perderlo ancora di più. Allo stesso tempo, un bene, per il solo fatto di essere valutato nel dominio delle perdite , acquista un valore maggiore rispetto a quello che ha se è valutato nel dominio dei guadagni (endowment effect).
L’aumento di investimento è a discapito dell’investimento in altri beni, che susciteranno minor interesse e piacere, perciò ottenerli equivale a ricevere dell’acqua quando si ha fame e non si ha sete
E il pessimismo?. Notiamo, innanzitutto che il pessimismo riguarda la inutilità dei propri sforzi, l’inutilità di coltivare speranze, e la pochezza dei risultati raggiunti, anche in domini non intaccati dalla perdita. È da ricordare  che i processi cognitivi sono orientati dagli scopi dell’individuo nel tentativo di ridurre il rischio di errori costosi. Ma quali sono gli errori costosi che si cerca di evitare con il pessimismo? Sembrano due, molto simili fra loro, il primo riguarda il pessimismo circa le possibilità di recupero del bene perduto ed è il costo della delusione, che è vissuta, di solito, come una nuova perdita. Il secondo è l’errore di investire in beni alternativi a quello perduto o sostitutivi di esso che si potrebbero rivelare tali da non giustificare il distacco dal bene perduto.

La RD implica un vantaggio evolutivo e, se si, quale?
Le funzioni principali che si attribuiscono alla RD, sono due. La prima è la richiesta di aiuto: le manifestazioni di dolore servirebbero a disporre gli altri in un modo più favorevole. Non si spiega però la funzione della perdita di interessi. La seconda è il risparmio di energie in attesa di tempi migliori. Non si spiega la sofferenza che caratterizza la RD e che, al contrario, implica dispendio di energie.
Noi suggeriamo che la RD, di per se, non implichi un vantaggio evolutivo. Ciò che implica vantaggi evolutivi, invece, sono i meccanismi psicologici che sostengono la RD e che intervengono normalmente in ogni  attività della mente, dunque anche indipendentemente dalla RD. Se si osservano i meccanismi psicologici della RD si nota che svolgono una funzione stabilizzatrice degli investimenti, in particolare degli investimenti affettivi, cioè diretti verso singole e specifiche entità individuali, e in circostanze avverse. Una funzione del genere sembra assai vantaggiosa per la sopravvivenza di un sistema dotato di molti scopi diversi e spesso opposti, che, dunque, rischia di disorganizzarsi senza adeguate capacità stabilizzanti. Appare vantaggiosa soprattutto perchè facilita la fedeltà affettiva e dunque favorisce la stabilità dei gruppi. I meccanismi stabilizzanti alla base della RD sono presumibilmente funzionali in situazioni avverse cioè di perdite e fallimenti non definitivi, ma lo sono ben meno o forse per nulla, in caso di perdite e fallimenti definitivi. D’altra parte va considerato che le perdite e i fallimenti transitori, cioè le frustrazioni limitate, sono ben più frequenti di quelle definitive, e perciò il vantaggio evolutivo dei meccanismi stabilizzanti vale più degli svantaggi.

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