Importanza della fondazione scientifica in psicoterapia

2 07 2010

Nei due articoli che alleghiamo si argomenta circa il ruolo della ricerca scientifica come fondamento e controllo della psicoterapia anche rispetto ad esigenze sociali. La Cognitive Therapy e la Cognitive Behaviour Therapy forniscono un contributo importante ai trattamenti di comprovata efficacia, ltri interventi psicologici sembrano soddisfare standard elevati.

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La “Scuola Romana” di psicoterapia cognitiva

16 05 2009

di Gianluca Chiesa

Nel 1978, grazie all’iniziativa di Vittorio Filippo Guidano, Giovanni Liotti, Mario Antonio Reda, Francesco Mancini, Gabriele Chiari e Georgianna Gladys Gardner, nasce a Roma, in via degli Scipioni 245, il “Centro di Psicoterapia Comportamentale”, sede storica che, nei primi anni Ottanta, trasformerà il nome in “Primo Centro di Terapia Cognitiva”. Francesco Mancini, Maurizio Dodet, Toni Fenelli, Georgianna Gladys Gardner, Mario Antonio Reda, e altri soci del “Primo Centro di Terapia Cognitiva”, ai quali si aggiunse, successivamente, Francesca Righi, fondano, nel 1992, l’Associazione di Psicoterapia Cognitiva (Apc), istituzione a cui afferiscono i diversi centri di terapia cognitiva romani.  

 

Il percorso che porta alla costituzione della “Scuola romana di psicoterapia cognitiva” ha inizio alla fine degli anni Sessanta, quando all’interno dell’Istituto di Psichiatria dell’Università “La Sapienza” di Roma, diretto da Giancarlo Reda, si forma, attorno a Vittorio Filippo Guidano e Giovanni Liotti, un gruppo di specializzandi che inizia ad interessarsi in modo sistematico allo studio e all’applicazione clinica di quell’“approccio globale che si poneva come un tentativo di revisione scientifica della psicoterapia breve sulla base dei principi dell’apprendimento e dei risultati della psicologia sperimentale” (Sanavio, 1981) definito Terapia del Comportamento (Behaviour Therapy)[1]. Questo orientamento, essendo fondato sui criteri epistemologici del Neopositivismo logico, elaborati dal “Circolo di Vienna”, e dell’Operazionismo di Percy Williams Bridgman, sembrava consentire lo sviluppo di un percorso di ricerca clinica, sul funzionamento normale e patologico dell’individuo, che fosse coerente con la metodologia delle scienze più evolute e in linea con i presupposti della moderna filosofia della scienza.  

 

Nella prospettiva del gruppo che stava nascendo l’adesione a questa “nuova” forma di psicoterapia e l’adozione delle tecniche della Behaviour Therapy veniva concepita come un primo tentativo di utilizzare i dati della psicologia sperimentale in rapporto alla prassi terapeutica e, quindi, come la fase iniziale di un ampio progetto culturale: costruire un approccio psicoterapeutico basato sul collegamento e sull’interscambio fra la ricerca di base, da una parte, e le applicazioni cliniche, dall’altra. Tale impostazione non implicava l’assunzione “rigida” degli assiomi su cui si basava il Comportamentismo e aveva come conseguenza la formulazione di un impianto teorico con una struttura “aperta” in grado di recepire e assimilare idee e concezioni, validate empiricamente, che avrebbero contribuito ad incrementare la conoscenza della psicopatologia e dato un significativo apporto allo sviluppo della psicoterapia.

 

Nel 1971 iniziano i primi contatti con Victor Meyer, uno dei massimi esponenti della scuola britannica di Behaviour Therapy. Meyer svolgeva la sua attività professionale nell’ambito dell’Academic Department of Psychiatry del Middlesex Hospital Medical School di Londra, dipartimento in cui si dedicava sia alla pratica clinica, come membro e supervisore di un team di psicoterapeuti, che al lavoro didattico con gli allievi e gli specializzandi. Nell’estate del 1972, Meyer viene invitato all’Università di Roma per tenere, presso l’“Unità esterna di psichiatria”, una lezione dal titolo “La terapia del comportamento nella clinica psichiatrica”. Da quel momento egli diventa, per alcuni anni, per i componenti del nucleo romano, un punto di riferimento per i training di Terapia del comportamento.

 

In seguito alla formazione di questo nucleo legato alla Behaviour Therapy, il 30 dicembre del 1972 viene costituita, a Roma, da Guidano e Liotti, la Società Italiana di Terapia del Comportamento (Sitc)[2]. E’ nell’ambito di questa Associazione scientifica e grazie all’attività teorica e terapeutica dei suoi appartenenti che si sviluppa in Italia il Cognitivismo clinico.

Otre ai due fondatori, i membri operativi furono Lucio Sibilia e Stefania Borgo, i quali nel 1970 avevano iniziato a frequentare la “Sezione di Psicologia clinica”, che era stata creata all’interno dell’Istituto di Psichiatria, nel corso degli anni Sessanta, da Paolo Pancheri, dove si svolgevano attività ambulatoriali con l’impiego di test e l’applicazione di studi di statistica psicometrica.

 

L‘anno successivo (1973), vengono organizzati i “Corsi liberi di terapia del comportamento”, iniziativa didattica che consisteva in una serie di incontri di aggiornamento sulle evoluzioni cliniche della Behaviour Therapy. Grazie a questa attività formativa attorno a Guidano e Liotti si crea un gruppo sempre più numeroso nel quale entrarono, nel corso del tempo e in periodi diversi, altri frequentatori dell’Istituto di Psichiatria, in particolare: Mario Antonio Reda, che, nel 1973, inizia la specialità, entrando a far parte della Società appena istituita, e, successivamente, con la sua attività di docenza all’Università di Cagliari e all’Università di Siena e attraverso numerose pubblicazioni, svolgerà un ruolo importante nella diffusione del Cognitivismo in Italia; Roberto Mosticoni che rimarrà fedele all’orientamento comportamentale anche quando gli altri aderenti alla Sitc modificheranno nella direzione cognitivista la propria impostazione terapeutica.

 

Nell’ estate del 1974 una delegazione della Sitc, viene invitata a Londra per partecipare al “II Congresso dell’European Association for Behavioural Therapy” (Eabt)[3]. In quella occasione vengono presentate, per la prima volta in un consesso europeo, alcune relazioni del gruppo romano, inoltre, i rappresentanti italiani chiedono ed ottengono formalmente di essere ammessi a questa Associazione che iniziava a costituire il punto di riferimento delle Società nazionali, del vecchio Continente, che si richiamavano alla Psicoterapia comportamentale.

 

Nel corso degli anni Sessanta, con lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, la psicologia sperimentale aveva spostato l’asse della ricerca passando dallo studio del comportamento all’analisi dei processi psichici coinvolti nell’elaborazione delle informazioni. Questo viraggio innesca un cambiamento nella direzione “mentalista” della metapsicologia comportamentista, e, sul versante clinico, consente, intorno alla metà degli anni Settanta, la diffusione di concezioni associazionistiche nelle quali venivano introdotte anche variabili “cognitive”[4]. Tale evoluzione teorica, nella direzione cognitivista, determinò la prima significativa divaricazione interna alla “Scuola romana” che, proprio in quel periodo, prese due direzioni distinte e differenziate, cominciando a delinearsi in alcune delle sue componenti principali.

 

Seguendo l’ampliamento progressivo e “lineare”, in termini cognitivisti, della Behaviour Therapy, annunciato da Donald Meichenbaum, dal Psychology Department University of Waterloo, nell’Ontario in Canada, con una Newsletter dell’aprile del 1975, con le parole “Behavior therapy, as psychology in general, is going cognitive”, Sibilia e Borgo, rimanendo sotto l’“influenza” di Meyer, adottano l’approccio Cognitivo – Comportamentale, orientamento che ha rielaborato le tecniche della Terapia del Comportamento inserendo varianti di tipo cognitivo. Essi fonderanno a Roma, nel 1985, il Centro per la Ricerca in Psicoterapia (Crp).

 

Nonostante l’efficacia clinica dimostrata dalla Behaviour Therapy, Guidano e Liotti, in quella fase, insoddisfatti del limitato potere esplicativo dei modelli teorici fondati sui principi dell’apprendimento, iniziano a prendere le distanze dalla Terapia del comportamento ed essendo alla ricerca di prospettive concettuali che consentissero di “spiegare” l’origine della psicopatologia si avvicinano alla Teoria dell’Attaccamento di John Bowlby.

Nel 1974, in seguito alla lettura di “Attachment and loss” (Attaccamento e perdita), il primo volume delle tre opere in cui è contenuto il lavoro dello psicoanalista inglese, Guidano e Liotti, attivano una comunicazione epistolare con l’autore relativamente ad alcune idee, suggerite dalla loro esperienza clinica, sull’esordio dell’agorafobia che sembravano compatibili con quanto veniva sostenuto in quel libro. Questi contatti e la conoscenza diretta di Bowlby, avvenuta in occasione di una conferenza del clinico britannico all’Università cattolica di Roma, accrescono l’interesse di Guidano e Liotti per la Teoria dell’Attaccamento che, del tutto peculiarmente rispetto alla Terapia Razionale Emotiva di Albert Ellis (1962) e alla Terapia Cognitiva Standard di Aaron Beck[5] (1976), assumerà progressivamente un ruolo centrale nelle teorizzazioni dei terapeuti cognitivi romani.

 

In quel periodo, il nucleo romano della Sitc si allarga ulteriormente, grazie all’ingresso nella Società di un gruppo di frequentatori dell’Istituto di Psichiatria.

 

Nel 1974 Cesare De Silvestri dopo, aver vissuto per molti anni nei paesi anglosassoni ed essersi formato, con Albert Ellis, all’Istituito di Terapia Razionale Emotiva di New York, si stabilisce a Roma e, durante la seconda metà degli anni Settanta, fonda nella capitale, con Carola Schimmelpfennig, anch’essa allieva diretta di Ellis, l’“Institute for Rational-Emotive Therapy – Italy” divenendo il punto di riferimento della Terapia Razionale Emotiva all’interno della Sitc. Il nome dell’Istituto, seguendo le trasformazioni della sede centrale di New York, è divenuto successivamente “Institute for Rational-Emotive Behaviour Therapy – Italy” e, infine, “Albert Ellis Institute – Italy”. De Silvestri, nel 1981, pubblicherà, presso Astrolabio, “I fondamenti della Terapia Razionale Emotiva”, la prima opera in italiano sui fondamenti teorici e clinici di questo orientamento cognitivista e, nello stesso anno, organizzerà, nella capitale, il primo training formativo a San Martino al Cimino.

 

Sempre nel 1974, Francesco Mancini, studente del quinto anno di Medicina, entra all’Istituto di Psichiatria, per effettuare il tirocinio e preparare la tesi. Al conseguimento della Laurea, egli prosegue i suoi studi come specializzando in Neuropsichiatria infantile.

Nel 1975, Antonio Semerari, Sandra Sassaroli e Gabriele Chiari si iscrivono al corso di specializzazione in Psichiatria. Essi all’interno delle attività di studio che si svolgevano nella “Sezione di Psicologia clinica” entrano in contatto con Georgianna Gladys Gardner.

Nel 1976, Guidano e Liotti attivano i primi training in psicoterapia e a questi corsi si iscrive anche Maria Laura Nuzzo.

 

Nel 1977 i rappresentanti del Direttivo della Sitc incontrano, a Lavagna, in Liguria, diversi esponenti del nucleo che avrebbe, nel corso di quello stesso anno, costituito a Verona l’Associazione di Analisi e Modificazione del Comportamento (Aiamc). Questa società nacque dall’iniziativa dei gruppi che si erano formati a Milano, attorno ad Ettore Caracciolo e Gian Franco Goldwurm, nell’internato dell’Istituto di Psicologia clinica della Facoltà Medica, e a Padova, per opera di Paolo Meazzini[6], nell’ambito del corso di studi in Psicologia, ai quali si collegarono il nucleo romano che faceva riferimento ad Antonino Tamburello, che aveva fondato nel 1974, con Marisa Felciotti Seppecher, l’Istituto Skinner, e altri comportamentisti che avevano iniziato la loro attività a Firenze e a Genova (Sanavio, 1991).

Nonostante l’obiettivo di non frammentare il panorama istituzionale della terapia comportamentale, attraverso la costituzione di un’altra aggregazione scientifica che avesse delle affinità teoriche con la Sitc, in quella occasione non venne raggiunta una convergenza poiché le intenzioni dei futuri aderenti all’Aiamc, erano quelle di effettuare una scelta “strettamente” comportamentista, di orientarsi alla versione Skinneriana della Psicologia del comportamento e di spaziare non soltanto nell’ambito propriamente clinico, ma anche in settori diversi come quello della psicologia scolastica e dell’educazione normale e speciale.

  

Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta si consolida lo sviluppo della “Scienza cognitiva”, un nuovo approccio allo studio della mente, che utilizzava l’apporto multidisciplinare e integrato della psicologia, della filosofia, della linguistica, dell’antropologia, della neuroscienza e dell’intelligenza artificiale e che consentiva di avvalersi delle conoscenze di questo insieme di discipline nella ricerca sperimentale sul funzionamento psichico[7]. In quella fase, tra i componenti del nucleo romano della Sitc, si diffuse una forte tensione verso il cambiamento dei presupposti di base della teoria clinica generale fino a quel momento adottata. Così, con l’intento di contribuire ad una “rivoluzione” teorica e ad un “salto” di paradigma, si intensifica il dibattito epistemologico interno e si accresce l’interesse per il superamento del quadro concettuale di tipo associazionistico e per la costruzione di una prospettiva che analizzasse il ruolo dell’attività mentale nei meccanismi di apprendimento e delineasse l’influenza dei processi conoscitivi sul comportamento individuale. 

 

Nel 1979 Mancini legge “New Perspectives in Personal Construct Theory” di Don Bannister e, Chiari e Nuzzo trovarono, in una libreria di Londra, un volumetto della Penguin Books dal titolo “Inquiring Man: The Theory of Personal Construct” scritto da Bannister e Fay Fransella[8]. In questi lavori veniva descritta la prospettiva psicologica elaborata da George Alexander Kelly, che nel 1955, negli Stati Uniti, aveva pubblicato “Psychology of Personal Constructs”. Lo studioso americano, introducendo il modello dell’“uomo come ricercatore”, equiparava l’individuo ad uno scienziato che era “regolato” da un unico sistema motivazionale quello dell’espansione della capacità predittiva. Kelly concepiva l’attività mentale come primariamente orientata ad anticipare gli eventi e aveva immaginato l’apparato cognitivo come una struttura gerarchica di costrutti dicotomici o bipolari, la cui organizzazione interna, attraverso un processo di invalidazione del loro potere di previsione, si modificava, per complessità e per articolazione, determinando un incremento della conoscenza personale. Lo psicologo statunitense, inoltre, aveva sviluppato una tecnica, la “Griglia di repertorio”, che era stata realizzata per l’analisi sistematica delle “strutture” cognitive e che poteva essere utilizzata per costruire protocolli di ricerca in ambito clinico.

Prendendo spunto dal contenuto di queste due opere, iniziarono una serie di discussioni e di approfondimenti che videro come protagonisti Mancini, Chiari, Semerari, Nuzzo, Gardner e Sassaroli, ai quali si aggiunse, successivamente, Roberto Lorenzini e che determinarono l’introduzione delle posizioni costruttiviste nella psicoterapia cognitiva italiana. Tale attività portò alla costituzione di un’area di interesse collegata alla “Psicologia dei Costrutti Personali” e alla formazione di un gruppo teorico indipendente interno alla Sitc.

 

Nel 1980 Michael Mahoney pubblica un importante saggio dal titolo “Psychotherapy and the Structure of Personal Revolutions” in cui, oltre alla similitudine tra il cambiamento psicoterapeutico e la prospettiva epistemologica di Thomas Kuhn (1962), espone una serie di argomentazioni critiche sulla terapia Cognitivo-comportamentale con l’obiettivo di promuovere l’idea che il Cognitivismo si emancipasse e si differenziasse nettamente dal Comportamentismo. Mahoney, inoltre, sottolineava sia l’importanza dei processi inconsci di elaborazione dell’informazione che la complessità delle dinamiche relazionali che connotavano il rapporto psicoterapeutico attaccando implicitamente, senza mai indicarle direttamente, le visioni cliniche di Beck e di Ellis, che considerava ipercoscienzialiste. Così la sua impostazione diventa un punto di riferimento per gli psicoterapeuti di orientamento cognitivista che erano insoddisfatti sia del legame con il Comportamentismo sia della teoria clinica generale che sosteneva il Cognitivismo più diffuso a livello internazionale (Semerari, 2000).

 

Nel mese di febbraio dello stesso anno, Mahoney, viene invitato, da Mario Reda, all’Università di Roma per tenere una conferenza. In tale circostanza egli entra in contatto con il gruppo romano della Sitc, constatando che Guidano e Liotti, per descrivere i processi implicati nel cambiamento indotto dagli interventi terapeutici stavano lavorando ad una prospettiva simile a quella che aveva elaborato in “Psychotherapy and the Structure of Personal Revolutions”, partendo però dalla posizione sul progresso della conoscenza scientifica di Imre Lakatos. Mahoney, inoltre, aveva letto “Elementi di Psicoterapia comportamentale”, scritto da Guidano e Liotti e pubblicato da Bulzoni, ed era rimasto colpito dalla modernità e dall’originalità dei concetti che erano in esso contenuti. Egli propose agli autori di far uscire l’opera anche negli U.S.A., ma Guidano e Liotti, che dal 1977, anno in cui era stato scritto il testo, avevano affinato la loro impostazione clinica, spiegarono che quel libro non rappresentava più le loro posizioni teoriche e si accordarono per la stesura di un nuovo lavoro che sarebbe stato in linea con le ultime evoluzioni dei loro modelli esplicativi della psicopatologia. Essi cominciarono, così, ad impegnarsi nella redazione di “Cognitive Processes and Emotional Disorders” che verrà pubblicato in America, da Guilford, nel 1983.

 

Nell’estate del 1980 Mario Reda, che, in quegli anni, svolgeva la sua attività di docenza all’Università di Cagliari, invita John Bowlby in Sardegna per una serie di conferenze di approfondimento sulla Teoria dell’Attaccamento. La partecipazione a queste giornate di studio fu numericamente consistente, aspetto che contribuì ad una maggiore diffusione della visone teorica dello psicoanalista inglese tra i terapeuti aderenti alla Sitc.

 

Il 20 e 21 giugno del 1981 si svolse, all’Istituto di Genetica medica e Gemellologia “Gregor Mendel” di Roma, il primo “Congresso nazionale di terapia del comportamento e terapia cognitivo–comportamentale”. La Sitc che fino ad allora aveva avuto una “dimensione” prettamente romana iniziò ad allargarsi a livello nazionale. Tale avvenimento assunse una notevole rilevanza storica poiché l’Assemblea dei soci, tenutasi alla fine dei lavori congressuali, formalizzò ufficialmente il passaggio al Cognitivismo approvando all’unanimità la modificazione del nome della Società che, da quel momento, è divenuto “Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva” (Sitcc), con l’aggiunta di una “C” all’acronimo che la definiva (Chiari e Nuzzo, 1982). Da allora i Convegni nazionali si svolgeranno a cadenza biennale ad eccezione del secondo che è stato effettuato a Firenze, nel 1984, a distanza di tre anni dal primo, poiché nel 1982 la Sitcc aveva organizzato all’Università Cattolica di Roma il “XII Congresso Europeo di Behaviour Therpay” in collaborazione con l’European Association of Behaviour Therapy (Eabt).

 

Sempre nel corso dei primi anni Ottanta, il “Centro di Psicoterapia Comportamentale”, di via degli Scipioni 245, trasformerà il nome in “Primo centro di Terapia Cognitiva”. Successivamente, Semerari e Sassaroli, con Lorenza Isola e Umberta Telsner, fondano, sempre in via degli Scipioni, ma al numero 237, il “Secondo centro di Terapia Cognitiva”.

 

Alla conclusione di “Cognitive Processes and Emotional Disorders”, Guidano, aveva predisposto un seminario di presentazione di quello che veniva chiamato il “Nuovo modello”. Nel libro era stata costruita, all’interno di una cornice evoluzionistica, un’impostazione teorica fondata su una concezione dello sviluppo psicologico che nasceva dal collegamento fra la Teoria dell’Attaccamento di John Bowlby (1969; 1973; 1980) e i meccanismi coinvolti nella “crescita” cognitiva individuati da Jean Piaget (1970; Piaget e Inhelder 1966). Questa prospettiva clinica, definita “strutturalista”, aggettivo da cui si è generata la dicitura di “Structural Cognitive Therapy” (Cionini, 1991; Reda, 1992; De Silvestri, 1995), aveva il suo cardine nel concetto di “organizzazione cognitiva” classificata, da Guidano e Liotti, in: fobica, ossessiva, depressiva, e quella specifica dei disturbi alimentari psicogeni. Per descrivere il funzionamento psichico di queste quattro modalità di articolazione della conoscenza individuale erano state utilizzate la visione epistemologica di Lakatos (1974; 1976) e la differenziazione tra “conoscenza tacita” e “conoscenza esplicita” che era stata mutuata dal lavoro di Michael Polanyi (1967)[9]. Il filosofo di origine ungherese, nel corso degli anni Sessanta, aveva elaborato un’“epistemologia personalista”, secondo la quale l’atto complessivo della conoscenza era connotato da un processo nel quale ciò che viene formulato razionalmente, linguisticamente e comunicativamente – “explicit dimension” – emergeva da un insieme di attività mentali pre-verbali, da forme inarticolate, ed emotive di intelligenza e da elementi di esperienza vissuta latenti, inconsapevoli e intimamente soggettivi che costituivano il “coefficiente personale” ineliminabile di ogni atto conoscitivo – “tacit dimension”  – .

 

Nel 1986 La Nuova Italia Scientifica pubblica “Sistemi cognitivi complessi e psicoterapia” di Mario Reda. Poichè “Cognitive Processes and Emotional Disorder”, era stato scritto in Inglese, l’autore aveva l’obiettivo, per ovviare all’assenza di un testo in lingua italiana, di elaborare un modello psicoterapeutico cognitivista che spiegasse lo sviluppo della conoscenza individuale, seguendo le linee dell’epistemologia della complessità e un’ottica non riduzionista, e descrivesse come i processi cognitivi, che sono il risultato dell’interazione di più componenti che si autosviluppano in un ecosistema con cui entrano in rapporto di reciprocità, influenzano la formazione dell’identità personale e rendono vulnerabili all’esordio della psicopatologia.

 

Nel corso degli anni Ottanta il gruppo che aveva aderito alla “Psicologia dei Costrutti Personali”, promosse una serie di iniziative che avevano l’obiettivo di diffondere l’orientamento kelliano in Italia: Mancini e Semerari curarono un libro dal titolo “La Psicologia dei Costrutti Personali: saggi sulla teoria di G.A. Kelly”, che venne pubblicato nel 1985, da Franco Angeli. Contemporaneamente anche Gabriele Chiari e Maria Laura Nuzzo avevano iniziato un’intensa attività editoriale che li portò a tradurre: nel 1986, “Inquiring man” con il titolo “L’uomo ricercatore”, e, nel 1990, “Psicoterapia dei Costrutti Personali” di Franz Epting, che rappresenta l’unico manuale di psicoterapia costruttivista kelliana in lingua italiana.

Nello stesso periodo venne invitato Bannister all’Università Cattolica di Roma per tenere una conferenza sulla prospettiva psicologica di Kelly. L’incontro e la conoscenza diretta con il clinico scozzese fu determinante, poiché grazie a Bannister gli appartenenti al gruppo romano vennero introdotti nella comunità internazionale della “Psicologia dei Costrutti Personali” e, nel 1985, ufficialmente invitati a partecipare al Congresso di Cambridge. Successivamente a tale incontro internazionale il nucleo italiano decide di organizzare nel 1989, ad Assisi, un Convegno sul pensiero di Kelly. Nel frattempo, però, Bannister, nel 1986, era deceduto, circostanza che influì negativamente sull’incisività del consesso scientifico sul contesto culturale italiano.

 

Dopo questo evento ci fu una differenziazione all’interno del gruppo dei kelliani: lo snodo attraverso cui passa tale divaricazione coincide con la fase di diversificazione delle idee epistemologiche del Costruttivismo. Durante la diffusione di questa posizione filosofica si erano delineati due distinti orientamenti: il Costruttivismo radicale e il Costruttivismo critico[10].

Semerari (1998), sosteneva che il progetto insito nel Costruttivismo radicale concepiva l’indagine dei processi conoscitivi, considerati come elementi psichici fondamentali, come il substrato irrinunciabile da cui partire per descrivere i fenomeni clinici. Da questo punto di vista, il programma di ricerca di questa prospettiva epistemologica prendeva una direzione top – down, dall’alto verso il basso, modalità attraverso cui, secondo un “andamento” nomotetico, partendo da alcune assunzioni gnoseologiche di base si arrivava alla definizione della teoria clinica.

Tale modo di procedere nell’acquisizione dei dati che potevano essere utilizzati nella prassi terapeutica secondo Semerari aveva uno scarso potenziale euristico, così, considerava necessario assumere una diversa prospettiva, quella del Costruttivismo critico, ponendo al centro dei propri interessi non la teoria della conoscenza ma la teoria clinica. Egli, infatti, auspicava un ritorno ai problemi che nascevano direttamente dalla pratica clinica e, conseguentemente, sosteneva l’adesione ad un programma di ricerca che avesse una “traiettoria” inversa rispetto a quella precedente, ossia una direzione bottom – up, dal basso verso l’alto, e patrocinava un approccio metodologico in cui, attraverso un “procedimento” induttivo o idiografico, la teoria clinica derivasse da una continua tensione tra teoria generale, evidenze psicopatologiche e confronto tra ipotesi rivali su tematiche che venivano convenzionalmente ritenute, all’interno della comunità scientifica, importanti per la crescita della psicoterapia.

 

In seguito a questa divaricazione Mancini, Semerari, Sassaroli e Lorenzini abbandonarono la prospettiva kelliana e, individuando percorsi di ricerca autonomi, si orientarono individualmente verso un ritorno alla clinica “pura” con l’intenzione di elaborare modelli teorici che derivassero direttamente dalle difficoltà incontrate negli interventi terapeutici, mentre Chiari, Nuzzo e Gardner, anche se con qualche differenza fra loro, rimasero fedeli a Kelly e al Costruttivismo radicale.

 

Considerando che, proprio in quel periodo, si era generato un forte interesse per un problema clinicamente molto rilevante, quello legato ai processi che ostacolavano il miglioramento della patologia psichica, Mancini, a partire dai primi anni Novanta, si dedica all’analisi sistematica di una delle questioni più annose e complesse che hanno attraversato la storia della psicoterapia in generale e del Cognitivismo clinico in particolare: l’egodistonia.

Poiché l’egodistonia è legata sia al fallimento dei tentativi di cambiamento autoindotti che alla resistenza alla modificazione di quei comportamenti disadattivi e palesemente disfunzionali trattati in psicoterapia, secondo Mancini la comprensione dei meccanismi che connotavano l’“atteggiamento egodistonico” avrebbe consentito di spiegare non solo la sofferenza psicopatologica ma anche la condotta individuale abituale.

Questo problema clinico è stato definito anche “paradosso nevrotico”, poiché si manifesta attraverso la persistenza di credenze e di repertori comportamentali debolmente giustificati e apertamente inadeguati che non consentono un adattamento funzionale alla realtà e che vengono mantenuti nonostante gli strumenti cognitivi, gli scopi e le informazioni di cui dispone il paziente, rendano possibile e addirittura opportuno un cambiamento. All’interno del Cognitivismo sono state formulate alcune spiegazioni dell’egodistonia: la prima è quella che fa riferimento al principio di coerenza secondo la quale il mantenimento della coerenza interna dell’intero sistema di significati personali è prioritario rispetto alla modificazione di costrutti che sono dannosi e dolorosi; la seconda si fonda invece sull’idea che alcune credenze rimangono attive nonostante siano ingiustificate e producano sofferenza poiché dal loro persistere l’individuo trae un vantaggio secondario.

Mancini, insoddisfatto della parzialità e dell’incompletezza di queste interpretazioni delle distonie che caratterizzano la patologia, senza ricorrere alla dialettica tacito – esplicito, utilizzata da Guidano e Liotti in “Cognitive Processes and Emotional Disorder”, scelta che nasceva dalla constatazione che le spiegazioni dialettiche non sono spiegazioni ma semplici ridefinizioni del problema, ha elaborato una soluzione originale basata su un modello funzionale a “circolo vizioso” per il quale la contraddizione che connota l’egodistonia sarebbe collegata alla possibilità che specifici stati mentali intenzionali (scopi e ragioni) generino effetti non voluti sulla realtà in grado di confermare e rafforzare le assunzioni e le credenze (conoscenze) che sostengono quello stesso stato cognitivo intenzionale che a sua volta influenza il processo di controllo di quelle convinzioni attraverso modalità che confermano quelle assunzioni e quelle credenze. Questo procedimento di autovalidazione ricorsiva determinerebbe e faciliterebbe la persistenza di atteggiamenti dannosi e controproducenti per l’individuo.

Mancini ha applicato il suo modello del “paradosso nevrotico” soprattutto al trattamento dei disturbi ossessivo – compulsivi spiegando il mantenimento del sintomo e i meccanismi funzionali di conservazione e aggravamento delle valutazioni disadattive, attraverso alcuni contenuti mentali: macrocredenze sulle conseguenze dei propri pensieri, credenze negative sulle proprie emozioni o sui propri atteggiamenti, che vengono sostenuti da specifici vissuti emotivi: timore della colpa e tendenza a ritenersi responsabili, i quali, a loro volta, sono convalidati dagli aspetti cognitivi che li alimentano, processo che genera ricorsivamente questa problematica clinica.

Mancini è tra i componenti del comitato scientifico dell’Aidoc e membro della Sezione italiana della “Society for Psychotherapy Research” (Spr) ed è uno dei maggiori sostenitori dell’approccio evidence – based in psicoterapia, orientamento che, grazie all’attività di numerosi gruppi di ricerca sparsi in tutto il mondo, ha l’obiettivo di costruire una pratica terapeutica fondata sulla verifica empirica dell’efficacia dei trattamenti clinici e sull’utilizzo, nella cura delle diverse patologie, di protocolli di intervento validati scientificamente attraverso la ricerca sperimentale. Con l’intento di diffondere tale impostazione Mancini ha curato per McGraw Hill l’edizione italiana del volume di W. J. Lyddon e J. V. Jones Jr. “L’approccio evidence – based in psicoterapia”,. Oltre a numerose altre pubblicazioni Mancini ha curato con Cristiano Castelfranchi, direttore dell’Istituto di Scienze e tecnologie della cognizione del CNR di Roma, e Maria Miceli, ricercatrice presso lo stesso istituto, “Fondamenti di Cognitivismo clinico”, per la collana di Scienza cognitiva della Bollati Boringhieri.

 

Semerari, nella fase successiva al Congresso di Assisi, essendo interessato alle difficoltà nel trattamento di alcuni disturbi psichici gravi e intenzionato a colmare l’assenza di una teoria clinica per la cura dei pazienti difficili, aspetto che considerava una lacuna della Terapia Cognitiva Standard di Beck, si indirizza allo studio del rapporto tra relazione terapeutica e processi cognitivi[11].

Questo lavoro lo porta, nel 1991, alla stesura di un libro “I processi cognitivi nella relazione terapeutica”, nel quale, con un linguaggio diverso dall’attuale, veniva abbozzato il concetto di “metacognizione”, in quanto si sosteneva che, nel corso di una psicoterapia, il paziente si forma una rappresentazione della rappresentazione che il terapeuta ha di lui e che tale neostruttura cognitiva gli consente di meglio comprendere e governare i propri stati mentali problematici. Nel 1994 viene pubblicato “La dimensione interpersonale della coscienza” di Giovanni Liotti e per Semerari le idee contenute in quell’opera furono uno stimolo fondamentale per formulare l’ipotesi secondo la quale i meccanismi psicologici che connotavano alcune tipologie di pazienti erano legati a dei deficit nel loro funzionamento cognitivo e, per tale motivo, non rispondevano al trattamento con le tecniche della Terapia Cognitiva Standard. Tali deficit portavano all’instaurarsi di cicli interpersonali problematici, caratteristici e specifici, che si manifestavano durante il trattamento psicoterapeutico.

Nel 1996 Semerari fonda a Roma il “Terzo centro di Terapia Cognitiva”, che nasce come studio professionale e diventa, successivamente, la sede di un gruppo di ricerca che si specializza nell’indagine del processo terapeutico nella cura di problematiche psicopatologiche gravi. Dopo un training in psicoterapia cognitiva, condotto dallo stesso Semerari a cui parteciparono Antonio Carcione, Giancarlo Dimaggio, Maurizio Falcone, Claudio Lalla, Giuseppe Nicolò e Michele Procacci, i partecipanti al corso, seguendo l’impostazione del “San Francisco Psychotherapy Research Group” del Mount Zion Hospital, iniziarono a registrare e a trascrivere le sedute con i pazienti[12]. Questa metodologia consentì di comprendere che particolari categorie di disturbi psichici non consentivano, a coloro che ne erano portatori, di metarappresentarsi gli stati mentali propri ed altrui (Dimaggio e Semerari, 2003).

Nel corso di anni di ricerca Semerari ed il suo gruppo hanno operazionalizzato il concetto di metacognizione, individuando le diverse funzioni che sono coinvolte in questa facoltà mentale, che in alcune categorie di pazienti è particolarmente compromessa, anche se in modo diverso a seconda del tipo di disturbo, e hanno elaborato un modello di trattamento clinico definito metacognitivo-interpersonale.

Recentemente Semerari è stato Presidente della Sezione italiana della “Society for Psychotherapy Research” (Spr) e ha curato con Dimaggio “I Disturbi di Personalità: Modelli e trattamento. Stati mentali, metarappresentazione, cicli interpersonali” edito da Laterza e tradotto in diverse lingue.

 

Sandra Sassaroli e Roberto Lorenzini essi, in quel periodo, all’interno del “Secondo centro di Terapia Cognitiva”, si sono orientati, in una prima fase, allo studio del rapporto fra la tipologia d’attaccamento, lo stile di conoscenza e i disturbi di personalità e, successivamente, all’approfondimento dei processi mentali coinvolti nei disturbi d’ansia e nei disturbi del comportamento alimentare.

Sandra Sassaroli, nel 1995, si trasferisce a Milano, dove fonda con Francesco Centorame l’“Associazione per la Psicologia e Psicoterapia Cognitiva” (Appc) e nel 2001 una nuova Scuola di specializzazione in Psicoterapia cognitiva. Attorno alla sua figura si è costituito un gruppo di ricerca che si occupa di individuare e analizzare i “costrutti” coinvolti nei disturbi del comportamento alimentare, come il “rimuginio” ed il “perfezionismo patologico”, e della validazione scientifica di protocolli di intervento clinico nell’anoressia, nella bulimia e nei disturbi d’ansia, secondo l’approccio della Terapia Cognitiva Standard e il modello dell’evidence – based.

 

Gabriele Chiari e Maria Laura Nuzzo, sono rimasti all’interno della prospettiva della “Teoria dei Costrutti Personali” e hanno elaborato un’evoluzione in chiave ermeneutica della psicoterapia costruttivista kelliana. Essi fanno parte dell’European Personal Construct Association (Epca) e dell’International Steering Committee e, dal 1993, insegnano nella Scuola di psicoterapia del CESIPc di Firenze. Nel 1997 hanno costituito con Lorenzo Cionini l’Associazione Italiana di Psicologia e Psicoterapia Costruttivista (Aippc) che ha come scopo la promozione e la diffusione dell’approccio costruttivista in psicologia ed in psicoterapia.

   

Giorgianna Gardner, è rimasta anch’essa all’interno della cornice epistemologica del Costruttivismo radicale, dedicandosi alla psicoterapia nell’ambito dell’età evolutiva e dell’adolescenza.

 

Pur avendo costruito in “Cognitive Processes and Emotional Disorder” un’impostazione teorica omogenea tra Guidano e Liotti, nel corso della seconda metà degli anni Ottanta, si produce, progressivamente, una divergenza sempre più netta che conduce i due clinici romani a formulare due distinti modelli esplicativi della psicopatologia. 

 

Guidano (1988; 1992), adottando la teoria della complessità (Bocchi e Cerutti, 1985) come cornice entro la quale sviluppare le sue idee cliniche e il Costruttivismo radicale (Von Glaserfeld, 1988) come posizione filosofica di riferimento, assumerà una prospettiva post-moderna (Lyotard, 1981), muovendosi secondo ipotesi concettuali coerenti con il “pensiero debole” (Vattimo, 1983). Egli, infatti, nel percorso che contraddistingue l’evoluzione della sua posizione, passerà da una visione sistemico – processuale, inserendo nell’impianto teorico “strutturalista”, la teoria generale dei sistemi (Von Bartalanfy, 1971) e la cibernetica di primo (Wiener, 1982) e di secondo ordine (Von Foerster, 1987), ad un’ottica che ha definito Post-razionalista, assimilando gli assunti sull’autopoiesi, elaborati da Humberto Maturana e Francisco Varela (1985), la concezione di apertura e chiusura di un sistema vivente mutuata da Edgar Morin (1977), le posizioni di Von Hayek (1952) sulla distinzione tra ordine fisico e ordine fenomenico, e gli studi di Ilya Prigogine (1986; 1997; con Nicolis, 1991; con Stengers, 1993) sui processi irreversibili e l’ordine attraverso fluttuazione.

Guidano, seguendo questi contributi provenienti dalla moderna epistemologia, che hanno prodotto una revisione critica dei principi su cui si fondava l’empirismo, arriva a concepire l’individuo come un sistema cognitivo complesso in equilibrio dinamico che, essendo chiuso dal punto di vista strutturale, si organizza autoreferenzialmente e tende a mantenere una coerenza interna e una continuità del senso di sé attraverso la ricerca attiva di un significato personale costante. Da qui il suo interesse per l’articolazione evolutiva del Sé e per la narrazione autobiografica (Bruner, 1991; 1992) considerati come i nuclei centrali dell’identità personale, aspetti che diverranno gli argomenti centrali delle sue teorizzazioni e che lo spingono ad utilizzare la distinzione operata da William James tra l’“I”, responsabile dell’esperienza immediata o implicita, che esperisce e agisce, e il “Me”, collegato all’esperienza cosciente o esplicita, che osserva e valuta svolgendo un’attività ininterrotta di attribuzioni a sé delle percezioni ed emozioni che sperimenta a livello tacito. Nel rapporto dialettico tra queste due “entità” si forma un’articolazione armonica, nelle situazioni di equilibrio psicologico, o disarmonica, nei casi di scompenso psicopatologico.

Nel 1997 Vittorio Guidano, Giampiero Arciero e Maurizio Dodet, assieme ad altri, fondano nella capitale l’Istituto di Psicologia Cognitiva Post-razionalista (Ipra). Guidano si spegne, nell’agosto del 1999, durante un viaggio in Sud America che era stato organizzato per presentare, attraverso un ciclo di conferenze, gli ultimi progressi della sua prospettiva. Maurizio Dodet nei primi mesi di quello stesso anno si era staccato dall’Ipra e, nel 2000, costituirà con Gabriella Paga, Daniela Merigliano, Renato Proietti, i quali avevano fatto parte del nucleo storico dell’Ipra, il “Laboratorio di Psicologia Cognitiva Postrazionalista”.

 

Per quello che riguarda, invece, lo sviluppo delle elaborazioni che hanno connotato il lavoro di Liotti (1994; 2001) esse si distinguono dalla traiettoria intrapresa da Guidano poiché, rimangono all’interno della filosofia della scienza di matrice popperiana e, dipanandosi attraverso ipotesi “forti”, in una concezione “moderna” della teoria di riferimento (Habermas, 1987). La sua prospettiva è profondamente caratterizzata in senso interpersonale e fortemente ancorata all’epistemologia evoluzionista, al progresso delle neuroscienze, ai dati sperimentali della Teoria dell’Attaccamento e della Developmental psychopathology[13] (Onofri e Tombolini, 1997).

Nella concezione clinica di Liotti, definita Cognitivismo evoluzionista, occupano una posizione centrale i cinque “sistemi motivazionali interpersonali” biologicamente determinati: attaccamento, accudimento, cooperativo, agonistico e sessuale (Liotti, 1994). All’interno di questa visione il sistema motivazionale interpersonale più importante e gerarchicamente superiore è quello che regola il comportamento d’attaccamento, il quale ha l’obiettivo specifico di modulare la prossimità alla figura adulta significativa. La qualità e la sensibilità delle risposte materne alle richieste di accudimento del neonato andranno a costituire il nucleo dei primi “modelli operativi interni” che il bambino costruisce di sé, dell’altro e della relazione.

Secondo tale prospettiva teorica esiste uno stretto rapporto tra la tipologia d’attaccamento, che si è instaurata nelle primi fasi di vita con il caregiver, e il grado di organizzazione dell’identità personale: modelli operativi interni coerenti, unitari e positivi (attaccamento B sicuro) permettono all’individuo di costruire rappresentazioni di sé – con – l’altro con le stesse caratteristiche di coerenza; modelli operativi interni collegati a modalità d’attaccamento insicure, imprevedibili e molteplici saranno responsabili delle successive distorsioni, elaborazioni parziali e dissociazioni (attaccamento A evitante, attaccamento C ansioso – resistente e attaccamento D disorientato – disorganizzato) nella funzione integratrice della coscienza, nella regolazione delle emozioni e nella formazione dei successivi rapporti interpersonali.

Liotti considera sterile il dibattito che anima la contrapposizione tra le due categorie che sono state differentemente indicate con i termini moderna e post-moderna, razionalista e post-razionalista o realista e costruttivista, poiché ritiene che la psicologia evoluzionista permetta di superare tale distinzione dato che può essere considerata sia costruttivista, in quanto si occupa delle modalità con cui gli individui costruiscono gli schemi cognitivi interpersonali e la struttura dei significati entro cui interpretare l’esperienza soggettiva, che realista poiché considera che ogni “costruzione” rimanga soggetta ai vincoli posti dalla realtà e che lo sviluppo normale o patologico scaturisca dalla qualità “reale” dei rapporti d’attaccamento e accudimento. Da questo punto di vista, Liotti avversa l’idea insita nel Costruttivismo radicale secondo la quale l’uomo è continuamente impegnato a “costruire” i propri significati personali, tanto che seguendo le conclusioni più estreme di questo orientamento si arriva a sostenere che l’individuo “costruisca” anche i propri “significati” emozionali e i propri meccanismi motivazionali, mentre, per un cognitivista evoluzionista, emozioni e motivazioni di base sono state selezionate filogeneticamente e hanno preceduto lo sviluppo del pensiero e del linguaggio, quindi hanno un valore primario rispetto alle “narrazioni” personali.

Liotti ha indicato con il termine Costruttivismo dialogico (Liotti, 1992) la base epistemologica del processo psicoterapeutico per sottolineare il presupposto secondo il quale la relazione che si instaura tra paziente e terapeuta non deve essere considerata come un rapporto tra osservatore ed osservato, come avviene nel Costruttivismo radicale, ma nella prospettiva di due interlocutori che costruiscono insieme le forme del loro dialogo clinico. 

Sulla base di questi interessi Liotti, nel 1988, ha fondato a Roma L’Associazione per la Ricerca sulla Psicopatologia dell’Attaccamento e dello Sviluppo (Arpas), con lo scopo di raccogliere tutti quei terapeuti interessati allo studio, all’evoluzione e alla diffusione della Teoria dell’Attaccamento.

 

Questa ricostruzione storica mette in evidenza come il quadro teorico complessivo che connota la “Scuola romana” di psicoterapia cognitiva non sia né omogeneo né uniforme tanto che può essere adeguatamente rappresentato attraverso un insieme composito di teorie all’interno di un paradigma in continua evoluzione (Laudan, 1979) e alla coesistenza e “competizione” tra distinti programmi di ricerca (Lakatos e Musgrave, 1975).

 


[1] Giancarlo Reda, pur avendo una formazione che affondava le sue radici nella Psichiatria classica, era molto interessato alla psicoterapia così stimolava e sosteneva qualunque iniziativa che avesse come oggetto lo studio e l’applicazione clinica di tecniche psicoterapeutiche. L’Istituto era la sede della scuola di specializzazione ed era costituito, oltre che da alcune unità esterne, da due reparti di degenza: quello maschile, il cui responsabile era Gaspare Vella, e quello femminile, che era diretto da Giuseppe Donini. Inoltre, al suo interno, vi era anche una “Sezione di Psicologia clinica”, coordinata da Paolo Pancheri.

 

[2] La prima sede legale della Società Italiana di Terapia del Comportamento (Sitc), il n. 30 del viale dell’Università, coincideva con l’indirizzo dell’Istituto di Psichiatria.

 

[3] L’European Association for Behaviour Therapy (Eabt) venne fondata formalmente nel 1976, ma la sua attività inizia di fatto cinque anni prima quando i gruppi di Behaviour therapist attivi in Germania, Olanda e Gran Bretagna decisero di costituire una rete europea che potesse servire da punto di riferimento per i nuclei che si formavano nelle diverse nazioni del vecchio continente. Il primo Presidente, di nazionalità tedesca, è stato J.C. Brengelmann, mentre il primo Convegno europeo verrà organizzato, nel 1973, ad Amsterdam. Nel 1992 quando ormai il passaggio al Cognitivismo era già stato effettuato di fatto dalla maggior parte dei terapeuti che afferivano a quest’area teorica è stato aggiunto l’aggettivo “Cognitive” al nome dell’Associazione che da quel momento è divenuto European Association for Behavioural and Cognitive Therapy (Eabct). Tale iniziativa spingerà tutte le società europee ad aggiungere il termine “cognitivo” ai loro nomi.

 

[4] Uno delle pubblicazioni più importanti di quel periodo fu “Piani e Strutture del Comportamento”, che uscì in Italia nel 1968, un libro di George Miller, il quale nel 1960, con Jerome Bruner, aveva fondato ad Harvard il “Center for Cognitive Studies”, Eugene Galanter, uno psicologo molto interessato alla matematica, e Karl Pribram, un neuroscienziato, in cui si parlava di “Comportamentismo soggettivo”, in contrasto con il tradizionale asoggettivismo dell’orientamento comportamentista, e veniva sottoposto a critica l’impianto teorico del comportamentismo standard o ortodosso, proponendo un nuovo modello di studio del comportamento attraverso la definizione di un approccio cibernetico costituito da azioni, anelli di retroazioni e correzioni delle azioni in base alle retroazioni, processo che essi chiamarono “Unità T.O.T.E.” (Test-Operate-Test-Exit).

  

[5] Aaron Tim Beck fu colui che per primo, nel 1967, coniò la dicitura “Psicoterapia cognitiva” introducendola in un breve capitolo di un testo dedicato alla depressione.

 

[6] Paolo Meazzini fonderà, nel 1984, a Roma, l’ “Associazione Italiana di Psicologia Cognitivo-Comportamentale dell’Età Evolutiva”, che divenne, due anni dopo, nel 1986, “Associazione Italiana di Psicologia e Terapia Cognitivo-Comportamentamentale” (Aiptcc), aggregazione che storicamente costituisce la terza società di orientamento comportamentista ad essere stata formata in Italia.

 

[7] All’interno della Sitc, Bruno Bara ha avuto un ruolo rilevante nelle diverse fasi che hanno segnato la nascita di quest’area della psicologia scientifica, che venne definita, in un primo periodo, Simulazione cognitiva, o più spesso Simulazione del comportamento e, successivamente, Scienza cognitiva. Egli attraversando questo percorso ha costituito, nel 1980, a Milano, l’Unità di Ricerca di Intelligenza Artificiale e, alla fine degli anni Ottanta, ha istituito, all’Università di Torino, il primo “Centro di Scienza cognitiva” in Italia. Nel corso degli anni Novanta, Bara, con Giorgio Rezzonico, ha fondato le Scuole di specializzazione in Psicoterapia cognitiva di Como e Torino. Nel 1996, Bara ha curato per Bollati Boringhieri il “Manuale di Psicoterapia cognitiva” e, nel 2005, il “Nuovo Manuale di Psicoterapia cognitiva” in cui vengono raccolti e sistematizzati i contributi teorici dei maggiori rappresentanti del movimento cognitivista italiano.

 

[8] La “Psicologia dei Costrutti Personali” non ebbe una grande risonanza nel periodo in cui venne elaborata venendo sostanzialmente ignorata dalla comunità scientifica. Fu soltanto dopo la scomparsa di Kelly che, nel corso degli anni Settanta, le sue idee cliniche furono riprese e rivalutate, soprattutto in Gran Bretagna da Don Bannister e Fay Fransella (Cionini, 1991). Don Bannister era un clinico scozzese che aveva costruito dei protocolli di ricerca per studiare i “costrutti” dei pazienti con diagnosi di schizofrenia i cui risultati contribuirono notevolmente alla diffusione della “Psicologia dei Costrutti Personali” in Europa. Fay Fransella, nel 1977, aveva iniziato a Londra presso il “Royal Free Hospital School of Medicine”, a formare all’orientamento psicoterapeutico kelliano un gruppo di dieci terapeuti, e, nel 1981, aveva fondato, sempre nella capitale inglese, il “Centre for Personal Construct Psychology” con l’intenzione di costituire un punto di riferimento a livello internazionale per coloro che nei diversi paesi si orientavano alla “Psicologia dei Costrutti Personali”.

 

[9] Michael Polanyi (1891-1976) era nato in Ungheria e dopo essersi stabilito in Inghilterra, divenne membro della Royal Society e Professore di Chimica e Fisica presso l’Università di Manchester, discipline per le quali fu candidato al Premio Nobel. Egli, sempre nel medesimo ateneo, intorno agli anni Cinquanta, iniziò ad interessarsi di filosofia della scienza e di epistemologia (Hearnshow, 1989) divenendo uno dei maggiori esponenti della cosiddetta “nuova filosofia della scienza”. Nel 1958 scrive il suo saggio più importante “Conoscenza Personale. Verso una filosofia post-critica”, in cui afferma che in tutte le forme di conoscenza si possono rintracciare elementi personali e soggettivi, e nel 1967 viene pubblicato “The Tacit Dimension” dove l’autore descrive la distinzione tra conoscenza tacita e conoscenza esplicita.

 

[10] Il Costruttivismo radicale esclude l’esistenza di qualunque tipo di “realtà” che vada oltre quella prodotta dalla conoscenza individuale o sociale e rifiuta l’idea che si possa giungere ad uno studio oggettivo del mondo, poiché, secondo tale prospettiva epistemologica, non esiste una “realtà” indipendente dal soggetto che conosce. Il Costruttivismo critico, definito dai costruttivisti radicali anche “ingenuo” o “banale”, invece, è essenzialmente “realista”, infatti, pur riconoscendo sia i limiti che gli aspetti soggettivi del conoscere, non nega l’esistenza di un mondo fisico “reale”. 

 

 

 

 

[11] In ambito cognitivista, il filone che studia i processi interpersonali coinvolti nel trattamento psicoterapeutico inizia con il lavoro di Safran J.D. e Segal Z.V. (1990).

 

[12] Le due figure più importanti del San Francisco Psychotherapy Research Group” del Mount Zion Hospital sono Joseph Weiss e Harold Sampson. Questo gruppo ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo della ricerca sul processo nella psicoterapia psicoanalitica e ha proposto un’originale integrazione tra psicanalisi e terapia cognitiva.

[13] La Developmental pshychopathology nasce, negli anni Settanta, come area di ricerca autonoma che si avvale dei contributi della Psicologia, della Psichiatria e delle Neuroscienze, e dell’integrazione delle acquisizioni di queste discipline con le scoperte effettuate nella ricerca sociologica ed epidemiologica. Tale orientamento si interessa in modo specifico delle applicazioni delle conoscenze sullo sviluppo psicologico allo studio delle popolazioni ad alto rischio psicopatologico (Cicchetti, 1989). L’intento che è alla base di questa prospettiva è quello di individuare i fattori di vulnerabilità che predispongono ai disturbi psichici e di spiegare i meccanismi attraverso cui tali fattori portano alla genesi di una problematica clinica (Rutter, 1985).





Perché non sono diventato post razionalista

15 05 2009

di Francesco Mancini

Premessa.

Le riflessioni che seguono sono state presentate al Convegno “il cognitivismo post razionalista di Vittorio F. Guidano”, Milano, 20-21 marzo 2009, su invito e proposta della Prof. Valeria Ugazio, direttrice della Scuola di Psicoterapia Sistemica EIST e promotrice del Convegno stesso.

 

Alcune convergenze

 Come suggerito dal titolo svolgerò delle considerazioni critiche nei confronti del post razionalismo, tuttavia non posso non premettere alcune convergenze con il post razionalismo ma soprattutto con le posizioni di Vittorio Guidano precedenti alla svolta post razionalista. In particolare mi preme sottolineare tre punti:

  • Il sintomo è riportato alla persona e alla dinamica complessiva della sua esistenza e non considerato come un fenomeno isolato e svincolato dal resto. In questo vi è, di fatto, una tendenziale differenza dalla la terapia cognitiva standard (TCS), dove il sintomo appare come un fenomeno sostanzialmente poco inserito nell’esistenza della persona e che, per essere compreso, non necessita di essere inquadrato nelle tematiche fondamentali dell’identità personale del paziente, delle sue relazioni più significative, dei suoi temi di vita, della sua esistenza e della sua storia. Ad esempio, il disturbo di panico, alla cui spiegazione comprensione la TCS ha fornito, peraltro, un enorme contributo sperimentale e terapeutico, sembra essere considerato principalmente per il suo profilo interno, mentre, almeno nella mia opinione, resta largamente sottovalutato il profilo esterno, cioè il senso che l’attacco di panico ha nella vita e nell’identità del paziente.
  • Il tentativo di fornire modelli di funzionamento per i diversi quadri psicopatologici. Contrariamente a quanto accade nella maggior parte di altri approcci psicoterapeutici, sia nel post razionalismo sia nella TCS, e ancor più nel Cognitivismo Clinico, vi è un’enorme attenzione allo studio dei meccanismi psicopatologici delle diverse sindromi e non solo alla teoria e alla tecnica dell’intervento. Nell’ambito del Cognitivismo Clinico tale tentativo è realizzato tramite la cosiddetta Experimental Psychopathology, e, dunque, su solide basi scientifiche. Infatti, esiste una vastissima produzione scientifica sui meccanismi di genesi e di mantenimento dei disturbi psicopatologici. E ciò appare assai opportuno: chi, infatti, andrebbe a farsi curare una malattia da un medico che conoscesse solo i farmaci e le loro indicazioni ma non sapesse nulla dell’anatomia patologica e della fisiopatologia della malattia in questione?  Di fatto ciò accade in medicina, poiché non di tutte le malattie è noto il funzionamento, ma certamente tale stato di cose è vissuto come negativo e s’investe per superarlo.
  • Il tentativo di fondare le conoscenze i modelli della psicopatologia sulla psicologia del normale. Per quanto possa sembrare strano, almeno ai miei occhi, si osserva che tra gli psicoterapeuti dei più diversi orientamenti vi è una sostanziale indifferenza per la psicologia del normale e, anzi, è diffusa l’idea che si possa e debba comprendere il normale a partire dal patologico. Ora, è indubbio che la conoscenza della sofferenza patologica possa avvantaggiare la comprensione di come funziona la mente ma è altrettanto indubbio che per comprendere e spiegare la psicopatologia sia indispensabile il ricorso alle conoscenze di psicologia al momento disponibili. Solo la conoscenza di sistematiche illusioni positive nei normali ha permesso, infatti, di mettere a fuoco il cosiddetto realismo depressivo (Alloy, Taylor). Solo la conoscenza del ruolo normale delle euristiche consente il superamento dell’idea che la patologia possa essere ricondotta ad errori di pensiero (Mancini e Gangemi, 2002).

 

Le  critiche al post razionalismo.

1 – Theory of Mind  vs. prospettiva ontologica posta razionalista

Provate a pensare ad un ragazzo che sta per sostenere un esame e palesemente è in ansia. Provate ora a fornire una spiegazione del perché è in ansia. Molto probabilmente la maggior parte di voi dirà che è in ansia perché pensa che potrà essere bocciato e perché valuta l’eventuale bocciatura come un danno grave rispetto al suo scopo di laurearsi, di far contenti i genitori, di aver una buona opinione di sé, di evitare una brutta figura davanti ai compagni, di veder premiati i propri sforzi, di non dover riprendere in mano gli stessi libri.

È assai plausibile che questa spiegazione colga effettivamente lo stato mentale del ragazzo e consenta di comprenderne l’ansia. Per riuscire a fornire questa spiegazione non è necessario aver seguito un corso di psicologia o di aver il diploma di psicoterapeuta. È sufficiente non avere una compromissione grave della capacità di attribuire stati intenzionali, capacità ben nota con il nome di Theory of Mind. Quella capacità che sappiamo essere compromessa nelle persone affette da autismo.

La Theory of Mind è alla base delle nostre competenze psicologiche e utilizza, principalmente, due concetti basici, il concetto di scopo e il concetto di credenza. Tutti gli esseri umani sono psicologi competenti grazie alla capacità di attribuire agli altri scopi e credenze, cioè intenzioni, e in questo modo sono capaci di prevedere, spiegare e comprendere reazioni emotive, scelte e condotte degli altri oltre che le proprie.

La psicopatologia però pone alla nostra Theory of Mind una sfida importante. Ne costituisce una sorta di terra di confine: quali scopi e quali credenze, infatti, possono rendere ragione di una condotta apparentemente assurda come ad esempio i rituali ossessivi, la depressione, i deliri?

Molti ritengono che la Theory of Mind semplicemente non sia applicabile alla psicopatologia, che invece andrebbe spiegata ricorrendo ad alterazioni patologiche del SNC.

Un’imponente quantità di ricerche, che rientrano nella cosiddetta Experimental Psychopathology, al contrario sembra dimostrare che sia possibile ed utile far avanzare la Theory of Mind nei territori della psicopatologia. Ad esempio, i risultati di molte ricerche sperimentali ci suggeriscono con discreta chiarezza ed affidabilità gli scopi e le credenze che sono alla base dell’attività ossessiva

Molti altri, nel dominio dei quasi 700 diversi tipi di psicoterapia esistenti, danno per scontato che per rendere ragione della psicopatologia si debba abbandonare la psicologia credenze-desideri e affidarsi a prospettive diverse.

Il post razionalismo rientra fra queste, mentre la TCS ne costituisce una rara eccezione.

La prospettiva del post razionalismo è la seguente:

 La realtà non è più considerata unica e oggettivamente data una volta per tutte, ma viene vista alla stregua di una rete di processi multidirezionali interconnessi tra loro e articolati in livelli multipli di interazione simultaneamente presenti ma irriducibili l’uno all’altra

L’ordine e le regolarità con cui siamo abituati a trattare le cose e noi stessi non è qualcosa di esterno e oggettivamente dato ma piuttosto il prodotto emergente del nostro continuo interagire con noi stessi e col mondo. In altri termini, il comprendere è a tal punto inseparabile dall’esperire umano che esistere significa alla lettera conoscere. (Guidano, 1992)

 

2 – Dalla prospettiva ontologica alla psicopatologia. Un passaggio non necessario e nemmeno legittimo.

Colpisce l’ambizione di definire un principio ontologico fondamentale da cui poter dedurre leggi generali di funzionamento mentale normale e patologico, modelli di sindromi specifiche e indicazioni per la terapia (Semerari, 2002). Colpisce soprattutto se confrontato con lo stile della scienza che procede per piccoli passi tentando di risolvere anomalie nelle spiegazioni disponibili al momento (Popper, 1959). La fisica, come scienza, nasce dallo sforzo di risolvere problemi che la fisica del senso comune non riusciva a risolvere, non dai tentativi metafisici di definire la natura ultima della realtà. Analogamente le conoscenze di psicologia e di psicologia clinica, cioè del funzionamento mentale normale e patologico, dovrebbero svilupparsi e arricchirsi di nuovi concetti soltanto dove i concetti della Theory of Mind, cioè il concetto di scopo e credenza, falliscono. È inutile e a volte confondente coniare nuovi concetti che, di fatto, servono solo a soppiantare e ridefinire concetti esplicativi utili e ben funzionanti.

La prospettiva ontologica è fondata sull’idea che non sia possibile parlare di un’unica verità oggettiva che s’impone e organizza la mente e, quindi, studiare la mente significa studiare come la mente produce l’ordine e la regolarità con cui costruisce quella che le appare essere la realtà stessa.

Che studiare la mente significhi ciò, non deriva dall’aver sposato un assunto epistemologico.

Osserviamo infatti che la psicologia della gestalt, con la ricerca sulle illusioni percettive, prima, e la psicologia cognitiva, poi, ad esempio con lo studio delle euristiche, hanno affrontato proprio la questione di come la mente produce le sue rappresentazioni della realtà, e certamente i gestaltisti e i cognitivisti non partivano da un presupposto epistemologico analogo a quello del post razionalismo, anzi non partivano da alcun assunto epistemologico, semmai avevano un obiettivo, che nel caso dei gestaltisti era conoscere le illusioni della mente umana al fine di poter distinguere meglio le rappresentazioni vere da quelle false.

Studiare come la mente produce ciò che gli appare l’ordine e la regolarità del mondo, dunque, non implica  e non presuppone alcuna presa di posizione in merito alla questione, del tutto epistemologica e non psicologica, se la mente ha o non ha buone ragioni per poter credere davvero alla verità dei suoi prodotti.

Semmai è il contrario, poiché le scoperte della psicologia possono avere implicazioni per l’epistemologia, come del resto è accaduto con Popper e la psicologia della gestalt. Infatti, una delle argomentazioni a favore del falsificazionismo e contro l’idea che la verità possa essere derivata dalla osservabilità diretta dei fenomeni, era proprio la non oggettività della percezione, come dimostrato dalla gestalt.

Come pure la scelta di studiare come si mantiene o si modifica la rappresentazione di se stessi non è vincolata dalla prospettiva post razionalista, due esempi eclatanti sono William James e Carl Rogers.

 

3 –  Veramente “Esistere significa, alla lettera, conoscere”?

Consideriamo ora il punto cruciale e conclusivo su cui converge la prospettiva ontologica:

“il comprendere è a tal punto inseparabile dall’esperire umano che esistere significa alla lettera conoscere.”

Colpisce la riduzione dell’esistenza umana a conoscenza. Ora, è vero che probabilmente per Guidano il senso dell’affermazione era negare che la conoscenza possa essere considerata solo un processo intellettuale e la sua preoccupazione era sottolineare il ruolo della conoscenza tacita, emotiva ed immediata contrapposta alla conoscenza consapevole. Resta però che dall’esistenza dell’essere umano, o meglio, dalle categorie necessarie per comprenderlo, siano stati eliminati concetti come scopo, desiderio, norma e valore. È a tal punto impossibile fare a meno di queste categorie basiche della nostra Theory of Mind e, dunque, della nostra capacità di comprendere gli altri, che poi, nelle descrizioni di pazienti e di sindromi, si fa sistematicamente ricorso a tali concetti, nonostante siano assenti dal modello post razionalista.

 

4 – La psicopatologia come discontinuità del senso di Sé

Si potrebbe pensare che quest’ultima critica sia ingenerosa perché riferita a un brano isolato dal contesto. Consideriamo quindi una formulazione sintetica del modello post razionalista che dobbiamo a Picardi e Mannino (2001) e che, a mia conoscenza, è la più lucida tra quelle disponibili:

“In questo modello, il Sé viene considerato come un processo continuamente in corso, e l’esperienza umana viene concepita come il prodotto emergente di un incessante processo di regolazione reciproca tra due livelli, quello della esperienza immediata e quello dell’attribuzione di significato alla esperienza stessa. Nell’ambito di questo processo, l’esperienza immediata viene attivamente riordinata, secondo un insieme di regole contraddistinte da una coerenza interna. Ogni individuo risulta dunque caratterizzato da una propria specifica coerenza, denominata “organizzazione di significato personale”, attraverso la quale effettua operazioni di distinzione e attribuzione di significato nell’ambito della esperienza immediata e riordina continuamente le esperienze passate e presenti in modo tale che ne risulti un senso di continuità personale.”

La funzione della attività del Sé, dunque, è il mantenimento del senso di continuità personale.

La patologia, invece, si ha se la persona fallisce nel tentativo di mantenere il senso di continuità personale.

 

5 – Sé come processo e Sé come rappresentazione: due discontinuità possibili. Quale delle due è alla base della psicopatologia?

Il termine Sé, nell’uso che se ne fa nella psicologia, ha finito con l’assumere due significati molto diversi fra loro: il Sé come insieme di processi psicologici che regolano la vita psichica e il Sé inteso come rappresentazione di Sé (Hull e Lindzey, 1957).

Dalla formulazione di Picardi e Mannino sembra che il Sé sia considerato come processo: nella prima parte della formulazione il Sé viene considerato come un processo continuamente in corso, e l’esperienza umana viene concepita come il prodotto emergente di un incessante processo di regolazione reciproca tra due livelli, quello della esperienza immediata e quello dell’attribuzione di significato alla esperienza stessa.

Nella seconda parte della formulazione sembra che il Sé sia inteso come rappresentazione di Sé: Nell’ambito di questo processo, l’esperienza immediata viene attivamente riordinata, secondo un insieme di regole contraddistinte da una coerenza interna.

Non è del tutto chiaro se la discontinuità del senso di Sé possa derivare da un fallimento del processo di regolazione reciproca tra due livelli, quello della esperienza immediata e quello dell’attribuzione di significato alla esperienza stessa, come ad esempio sembra essere suggerito da Guidano quando, a proposito del fallimento della continuità sostiene che queste fasi sono caratterizzate, tra l’altro, “dalla esperienza di divisione tra i propri pensieri e le proprie emozioni” (Guidano 1996), o se invece possa derivare dal fallimento della rappresentazione di Sé nel mantenere la sua coerenza interna.

Nel primo caso è evidente che l’esperienza di divisione tra i propri pensieri e le proprie emozioni si può avere per motivi diversi dal fallimento della regolazione tra i due livelli qui indicati. Ad esempio, in qualunque cedimento a una tentazione, e più in generale in qualunque conflitto akratico, si sperimenta non tanto un’incapacità ad attribuire un significato alla propria esperienza immediata quanto piuttosto la divisione fra quello che si pensa giusto e i propri desideri, o fra un proprio scopo a lungo termine, ad esempio laurearsi, e uno scopo immediato, vedere la partita in TV. È vero che nei cedimenti alle tentazioni si perde la coerenza del Sé inteso come processo ma ciò non implica che, allora, necessariamente ne sia perturbata la rappresentazione consapevole di Sé. In Oscar Wilde, ad esempio, il cedimento alle tentazioni non perturbava affatto la continuità della sua rappresentazione di Sé, visto che affermava, di se stesso, di essere una persona in grado di resistere a tutto tranne che alle tentazioni. Semmai a perturbare la continuità della sua rappresentazione consapevole di se stesso sarebbe stato resistere alle tentazioni, non certo cedervi. 

Nel secondo caso, innanzitutto, non si capisce come la rappresentazione di Sé possa fallire nel mantenimento della sua coerenza interna visto che è dotata di “potenti meccanismi di autoinganno e di selettività della attenzione”. Sia detto solo per inciso, ma notoriamente (vedi ad esempio il numero monografico di Sistemi Intelligenti del 1999) l’autoinganno è un meccanismo con implicazioni paradossali e molti dubitano della sua stessa possibilità, lascia quindi perplessi l’attribuzione di un ruolo esplicativo così importante ad un concetto così ambiguo.

Con buona pace della prospettiva ontologica post razionalista, tuttavia, le persone tengono conto dei no della realtà e di conseguenza si rendono conto di sbagliare, nel senso che si accorgono che i fenomeni possono non essere come loro pensavano. Pertanto, le proprie esperienze emotive, al pari di altri fenomeni, possono porre problemi di comprensione e spiegazione cioè mettere in discussione l’abituale e dominante rappresentazione di Sé e dunque lasciare la persona con la sensazione che quanto prova è inspiegabile o dimostra che non è la persona che ha sempre pensato di essere.

 

6 – Ma il problema è solo la discontinuità o è anche la compromissione di uno scopo?

Le persone tendono a valutare le proprie esperienze emotive in modo positivo o negativo e dunque possono considerare una specifica esperienza emotiva, ad esempio di paura, come qualcosa che è congruo con l’immagine di Sé, debole ed emotivo, ma incongruo con il come si vorrebbe essere, forte ed autonomo. Immaginiamo una persona che si è sempre rappresentato come persona debole, fragile e paurosa e che, come spesso accade, abbia lo scopo e il desiderio di liberarsi di tale debolezza per poter finalmente raggiungere libertà ed autonomia. Supponiamo che un giorno provi un’intensa ansia di cui non riesce a darsi spiegazione; ciò gli risulterà confermare l’immagine di sé come debole e fragile, dunque non dovrebbe creargli alcun problema di continuità del senso di sé, ma possiamo facilmente immaginare che sarà un problema per lui perché gli confermerà l’impossibilità, essendo così debole ed emotivo, di raggiungere la tanto desiderata autonomia. Quindi, il problema del paziente non nasce dall’incapacità di dare un significato all’emozione provata, ma dal fatto che provare tale emozione compromette il suo scopo di essere autonomo.

Immaginiamo una persona depressa, dunque con una rappresentazione di sé del tipo “io non amabile” ma con il desiderio di poter trovare qualcuno da amare e da cui essere riamato.

Si innamora ed è riamato, anche se teme in virtù dell’idea di sé, di dover essere prima o poi lasciato. Viene lasciato e si scompensa. Perché? La rappresentazione di sé qui è confermata. Ma ad essere delusa è probabilmente la speranza improvvisa di vedere disconfermata proprio quell’idea di sé come non amabile (cfr. il concetto di piano inconscio di Weiss e Sampson). Dunque lo scompenso sembra derivare dalla frustrazione di un desiderio, non dalla conferma/disconferma della continuità della rappresentazione di sé. Qui, infatti, il benessere della persona sembra essere addirittura inversamente proporzionale alla conferma dell’immagine di sé: più la disconfermo più sto bene.

Come dire che le esperienze emotive possono essere un problema per le persone non solo perché difficili da spiegare, difficili da ricondurre ad un’immagine abituale di sé e dunque capaci di minare la continuità del senso di sé, soprattutto perché capaci di compromettere i suoi scopi, e non solo quelli dell’autoimmagine, ma anche affettivi o etici, cioè di compromettere la possibilità di essere la persona che si desidera essere, ma anche di ottenere l’affetto che si desidera o di rispettare le norme etiche che si ritiene di avere il dovere di rispettare.

In terzo luogo non si vede come e perché la rappresentazione di sé non possa essere compromessa direttamente anche dagli atteggiamenti di altre persone o dai risultati delle proprie azioni: la rappresentazione che abbiamo di noi stessi è largamente dipendente dalle testimonianze degli altri, è costruita in rapporto con gli altri e dunque non può non risentire di quanto accade nelle nostre relazioni. E ciò a prescindere dalle emozioni che si provano. Se si è accusati dalla propria madre di essere poco attenti alle sue richieste, si può, per questo, e non per le emozioni che si provano, dover mettere in discussione l’immagine di sé come persona buona. Quindi non conta solo una conoscenza di sé introspettiva, ma pesa anche l’interfaccia tra conoscenza esplicita di sé e realtà interpersonale.

In sintesi, certamente non riuscire a dare un significato coerente con la rappresentazione abituale di sé può costituire un problema. Può costituire un problema anche dare un significato che è coerente con la rappresentazione di sé, ma negativo rispetto all’immagine ideale di sé (“sono il solito che si agita per un nonnulla, se continuo ad essere così non riuscirò mai a diventare una persona autonoma”)

 

7 – Rapporto emozioni e conoscenza, conoscenza tacita conoscenza esplicita, fase Io e fase Me.

Nel post razionalismo, sembra che l’apparato psichico sia sostanzialmente diviso in due: da una parte la conoscenza tacita, che è sostanzialmente emotiva e costituisce l’esperienza immediata, dall’altra la conoscenza esplicita, sostanzialmente cognitiva e riflessiva. La relazione fra le due parti non è chiarissima. Se ci si limita agli ultimi scritti, in particolare a Il Sé nel suo divenire (Guidano, 1992), sembra che la relazione sia di conoscenza, cioè la conoscenza esplicita corrisponde alla fase Me e la conoscenza tacita-emotiva alla fase Io.

In realtà la psicologia cognitiva ha illuminato la complessità delle relazioni fra emozioni e conoscenza e il risultato è che le emozioni interagiscono con i processi cognitivi in diversi modi. Non è certo questa la sede per illustrare il tema ma sono sufficienti alcune brevi osservazioni:

  • innanzitutto da una rassegna di studi sperimentali sugli effetti psicologici dei farmaci SSRI di Harmer (2008) emerge con chiarezza che le variazioni cognitive precedono le variazioni emotive. Ciò era ben noto già dai tempi della diatriba fra Lazarus e Zaionc, negli anni ’80, che si concluse chiarendo un equivoco. Se con il termine “cognitivo” si intendono solo i processi consapevoli deliberati, quelli che utilizzano la working memory, allora è vero che le emozioni non necessariamente presuppongono un qualche atto cognitivo, ma se con il termine “cognitivo” si intendono anche i processi cosiddetti “crude”, quelli che non necessitano della working memory e che sono quindi inconsci nel senso di Helmholtz, allora è vero che le emozioni presuppongono un atto cognitivo: l’appraisal.
  • mood congruity effect (Bower, 1980): l’ascolto di una musica triste implica un abbassamento del tono dell’umore e questo stato emotivo, a sua volta, implica una maggiore disponibilità di pensieri, immagini e fantasie tristi. La maggior disponibilità di siffatti contenuti mentali aumenta, per la ben nota euristica della disponibilità (Tversky e Kahneman, 1972), la probabilità attribuita ad eventi negativi, dunque modifica le rappresentazioni.
  • affect as information o ragionamento emozionale, si riassume con la frase “se mi sento in ansia allora vuol dire che c’è un pericolo”. Alcune persone, quelle con un’elevata ansia di tratto, come sono i pazienti con disturbi d’ansia, tendono ad inferire un pericolo a partire dal fatto che si sentono ansiosi, anche se l’ansia dipende da eventi che non hanno a che fare con la situazione attuale (Arntz et al., 1995). Un fenomeno analogo lo si riscontra in persone depresse, per le quali sembra valere la regola “se mi sento triste allora la perdita che ho subito è grave” (Buonanno et al., 2009). Similmente accade per il senso di colpa, dove le persone con colpa di tratto elevata sembrano utilizzare la regola “se mi sento in colpa allora vuol dire che sono colpevole” (Gangemi et al., 2007).
  • decision making, le emozioni modificano pesi e tempi delle decisioni. Ad esempio, il senso di colpa riduce le scelte rischiose ed aumenta quelle avverse al rischio, o viceversa, laddove ciò sia utile ad espiare o a evitare ulteriori colpe (Gangemi e Mancini, 2007).
  • le emozioni migliorano il ragionamento nel dominio dell’emozione stessa, riducendo gli errori logici (Blanchette e Richards, 2004; Johnson-Laird, Mancini e Gangemi, 2006) e ciò accade anche nel caso di emozioni patologiche (Johnson-Laird, Mancini e Gangemi, 2006; Blanchette, I. et al., 2007).

 

8 – Le quattro organizzazioni cognitive.

A favore della ben nota suddivisione vi è la seguente argomentazione:

il numero di possibili organizzazioni di significato personale di base dovrebbe essere relativamente piccolo, probabilmente fra 4 e 6 e, comunque, non oltre la decina. … infatti … il significato personale dipende dal pattern di organizzazione emotiva e psicofisiologica e il numero delle tonalità emotive fondamentali è relativamente piccolo” (pag. 35, V.F. Guidano, Il Sé nel suo divenire, 1992, Bollati Boringhieri, Torino).

Il punto critico è che le emozioni “map a diversity of cognitive evaluations into a few distinct signals, which concern significant entities in the life of the species. For example, anxiety, which focuses attention on potential threats” (Johnson-Laird, Mancini e Gangemi, 2006). Ma è evidente che contribuirà in modo diverso ad un’organizzazione di significato personale l’ansia che deriva da minacce di abbandono, piuttosto che di umiliazione, che di punizione, di maltrattamenti, di fallimento di uno specifico piano esistenziale di riscatto personale e familiare. Gli scopi e le rappresentazioni coinvolti negli appraisal che sono alla base dell’emozione sembrerebbero essere, quindi, i naturali e fondamentali ingredienti di qualunque organizzazione personale, ciò a cui ci si dovrebbe riferire per tracciare differenze e similitudini fra persone o fra tipi di personalità. Non le emozioni che sono uguali per interi insiemi di appraisal.

Picardi et al. (2004) hanno misurato la validità di un questionario dimostrando che effettivamente è possibile discriminare le persone sulla base delle caratteristiche delle quattro organizzazioni. Da ciò tuttavia non deriva che altre classificazione delle personalità siano meno valide. Ad esempio il PQB è un questionario che discrimina altrettanto bene ma in base ai tipi di personalità previsti dal DSM IV.

La psicopatologia offre molti più quadri dei quattro proposti. Non a caso gli stessi post razionalisti ricorrono sempre più spesso al concetto di organizzazione mista.

Le organizzazioni così come sono descritte, poi, non colgono la realtà clinica, e a riprova propongo alcune brevissime osservazioni che sono in contrasto con la descrizione fornita delle quattro organizzazioni.

Ad esempio circa la metà dei pazienti agorafobici non ha e non ha avuto il disturbo di ansia da separazione (Klein, 1980; Manicavasagar et al., 1999; Silove, et al, 1996).

L’organizzazione ossessiva non tiene conto del fatto che DOC e DOCP non si sovrappongono (Déttore, 2003), e attribuisce al DOC caratteristiche tipiche del DOCP, come ad esempio difficoltà nello sperimentare, accettare e tener in debito conto emozioni, sentimenti ed affetti, propri ed altrui, a vantaggio di un ricorso esasperato alla razionalità.

Non tutti i depressi oscillano fra depressione e rabbia, in molti casi il quadro clinico è dominato da anedonia, senso d’inutilità, e malinconica rassegnazione, come spesso accade nelle persone distimiche

I Disturbi del Comportamento Alimentare, in particolare la bulimia, sembrano essere la via finale comune di tipi di personalità molto diversi fra loro, dunque è difficile pensare che abbiano un’organizzazione di significato personale unitaria.

Concepire le psicosi come un possibile sviluppo di qualunque organizzazione trascura il dato fondamentale che dall’autismo, alla schizofrenia ai disturbi schizoidi e schizotipici si rintraccia uno specifico deficit di teoria della mente, che non si ritrova in altre patologie. Tra organizzazione di significato personale normale e nevrotica, da un lato, e psicotica, dall’altro, non vi è un continuum ma una differenza qualitativa, legata appunto a deficit della metacognizione.

 

9 – Esperienze precoci di attaccamento.

Contrariamente a quanto affermato nell’ambito del post razionalismo, numerose ricerche dimostrano che non vi è correlazione tra specifiche esperienze precoci di attaccamento e specifici disturbi psicopatologici. (per una vasta metanalisi vedi van Ijzendoorm, 1996). Vi è semmai una correlazione aspecifica. Ma si tratta pur sempre di correlazione, il che implica la possibilità che vi sia un terzo fattore, ad esempio un genitore problematico creerà problemi sul piano dell’accudimento, ma anche su quello della educazione morale ed anche del sostegno materiale e sociale. E questi altri piani possono essere quelli critici per la vulnerabilità psicopatologica, vedi ad esempio nel DOC (Mancini, 2005).

Ricondurre, infine, la psicopatologia dell’adulto a esperienze precoci di attaccamento significa trascurare il complesso delle influenze e delle loro interazioni che intervengono nel corso di anni di sviluppo. Ad esempio è ben noto che la presenza di disabilità cognitive e la crescita in ambienti socioculturali svantaggiati aumenta l’incidenza di psicopatologia.

 

10 – Critica alla critica che il post razionalismo rivolge alla terapia cognitiva standard (TCS).

L’impressione è che le critiche siano fondate su un equivoco, e cioè che la TCS sia derivata dal comportamentismo. Questo è falso. Sia Beck che Ellis erano psicoanalisti, ed entrambi fecero parte del movimento neofreudiano e in particolare Beck, fu fortemente influenzato dal costruttivismo di Kelly.

Pertanto, la TCS non identifica affatto pensiero e linguaggio, come invece accade nel comportamentismo skinneriano e nelle sue evoluzioni più recenti della Acceptance and Commitment Therapy, la cosiddetta terza ondata della psicoterapia cognitiva. Piuttosto la TCS ritiene, in opposizione alla psicoanalisi, che l’introspezione non sia vanificata dalla rimozione e che un’accurata indagine del dialogo interno possa mettere in luce i pensieri rilevanti del paziente, tra questi anche i determinanti cognitivi delle emozioni. L’ingenuità sta nel fatto che gli appraisal che determinano le emozioni basiche spesso sono inconsci in senso Helmholtziano e pertanto inaccessibili all’introspezione, come accade nel caso, ad esempio, di ansie che la persona non sa riferire a nulla.

La TCS è, in realtà, costruttivista nel senso che ritiene che la nostra esperienza non ci è imposta dai fatti ma dal significato che attribuiamo ai fatti e questi significati, a loro volta, non derivano in modo diretto e meccanico dalla realtà.

La TCS attribuisce la sofferenza e la patologia principalmente ad una discrasia tra l’individuo e la sua realtà esterna e prende poco in considerazione egodistonie e conflitti interni all’individuo. E questo è un indubbio limite che dipende però non da una posizione di derivazione comportamentista ma dalla reazione dei neofreudiani alla trascuratezza per le dinamiche interpersonali reali dei pazienti. Trascuratezza tipica della psicoanalisi ortodossa e che consegue al noto passaggio freudiano dalla teoria del trauma reale a quella del trauma immaginato, e dunque del conflitto intrapsichico.

In secondo luogo certamente l’idea che le credenze patogene siano tali perché false è ingenua e infondata, ma non per il principio epistemologico in base al quale di nulla si può dire se è vero o se è falso, ma per gli esperimenti che dimostrano il realismo depressivo e le illusioni ottimistiche nei non depressi (Taylor, 1989). Credenze illusorie possono essere compatibili o addirittura utili per un buon adattamento e credenze vere possono essere controproducenti. Ad esempio, un certo grado di illusioni positive alimenta gli sforzi che si fanno per raggiungere i propri obiettivi e dunque aumenta le probabilità di successo mentre una visione realistica può implicare rinuncia e dunque diminuire le probabilità di successo.

La grande debolezza della TCS, debolezza che l’accomuna però non solo alla psicologia cognitiva (Paglieri e Castelfranchi, 2008) ma anche al post razionalismo, è legata alla trascuratezza per il concetto di scopo. L’adattamento o meno alla realtà dipende dal successo piuttosto che dal fallimento dei propri scopi non dalla corrispondenza o meno delle nostre rappresentazioni alla realtà.

Una critica alla TCS è di sopravvalutare la razionalità come condizione per l’adattamento. Questa critica è giusta, non perché si trascura il ruolo delle emozioni ma perché i pazienti, schizofrenici compresi, compiono meno errori logici dei non pazienti (Owen, 2006). Nei pazienti con fobie, depressione e disturbo ossessivo (Johnson-Laird, Mancini e Gangemi, 2006) ciò probabilmente accade a causa delle emozioni che riducono (Blanchette. e Richards, 2004; Johnson Laird, Mancini e Gangemi, 2006) gli errori logici, probabilmente perché rendono più disponibili i modelli mentali necessari per una corretta rappresentazione delle premesse. La razionalità formale, cioè l’assenza di errori logici, contrariamente a quanto sostenuto dalla TCS non è garanzia di sanità mentale e nemmeno si può dire che gli errori logici possono contribuire alla genesi e al mantenimento della patologia. La ragion pratica è ben diversa dalla ragion pura. Razionalità pratica e razionalità formale sono ben distinte fra loro (Baron, 2000) e diversamente coinvolte nella psicopatologia (Mancini e Gangemi, 2002).

 

Alcune osservazioni conclusive.

A distanza di quasi venti anni dalla pubblicazione dell’ultimo libro di Guidano è possibile azzardare un bilancio del post razionalismo. A fronte dell’ambizione di rifondare la psicoterapia, in particolare quella cognitiva, non si può non osservare la scarsità di contributi, scientificamente fondati, utili per la comunità degli psicoterapeuti. Al confronto, ad esempio per quanto riguarda le emozioni, la psicologia cognitiva (Castelfranchi, 1988) ha realmente aumentato le conoscenze a vantaggio di tutti coloro che si occupano di pazienti, indipendentemente dalla scuola di appartenenza, e similmente, ad esempio, per quanto riguarda i meccanismi di genesi e mantenimento del DOC ci sono stati importanti avanzamenti fruibili, si noti bene, non solo dagli psicoterapeuti cognitivisti, ma da chiunque si occupi di pazienti ossessivi. Non altrettanto, almeno a mia conoscenza, è stato realizzato nell’ambito del post razionalismo. L’impressione, dall’esterno, è che la definizione di una prospettiva ontologica non implichi reali avanzamenti della conoscenza ma invece apra la strada a semplici riformulazioni di nozioni ben note e porti semmai ad uno sterile arroccamento che distingue coloro che hanno sposato la prospettiva ontologica post razionalista da coloro che invece non riuscirebbero a prendere le distanze da una presunta ontologia razionalista. La definizione di prospettive ontologiche sembra contribuire a stabilire steccati e barriere, piuttosto che aiutare un progresso generale della conoscenza.





III Forum sulla Formazione in Psicoterapia

16 04 2009

Se è vero che le idee migliori sono proprietà di tutti, allora il III Forum sulla Formazione in Psicoterapia  (Assisi, 27 e 28 Marzo 2009) ha rappresentato un ottimo esempio di come si fa a costruire e divulgare il sapere.

Organizzata dall’Associazione di Psicologia Cognitiva e dalla Scuola di Psicoterapia Cognitiva, in collaborazione con Studi Cognitivi, la due giorni di Assisi si è caratterizzata per la vivacità del dibattito, la qualità scientifica delle relazioni e l’autentico interesse di ciascuno per il lavoro dei colleghi.

Il senso dell’iniziativa era legato all’obiettivo di suscitare negli allievi una maggiore consapevolezza del legame tra clinica e ricerca in psicoterapia e prima ancora tra gli assunti della psicologia sperimentale dei processi normali e l’insorgenza di sofferenza psichica, traguardo largamente raggiunto, così come testimoniato dai lavori presentati. In questo senso, possiamo dire di aver conseguito l’obiettivo che la scuola continua a perseguire da anni e che vede impeganti direttore e didatti e cioè privilegiare metodi di insegnamento che riconoscano grande valore alla conoscenza e alla ricerca scientifica, proposito che negli anni è stato realizzato anche grazie all’organizzazione di congressi, giornate di studio e seminari che hanno visto dibattere alcuni tra i più importanti protagonisti della psicologia e della psicoterapia internazionale.

E’ in questo quadro che si inscrive l’esperienza di Assisi, iniziativa fortemente voluta dai due direttori, Francesco Mancini e Sandra Sassaroli. E ad entrambi è parso chiaro che nella splendida cornice duecentesca si fosse raggiunto un punto d’arrivo fissato trent’anni fa da chi la scuola l’ha fondata. Alto  livello degli standard raggiunti, produzione scientifica che continua ad affermarsi nella letteratura italiana ed internazionale, ore di formazione dedicate alla ricerca e dosi massicce di motivazione ed entusiasmo. Ed è questo l’ingrediente importante. L’entusiasmo era palpabile, denso negli applausi e nel senso critico, contenuto nell’ansia dei giovani relatori e negli incoraggiamenti dei tutor, franco nelle domande del “pubblico” e carico d’aspettativa nei “bisogna continuare ad incontrarsi per studiare insieme”. L’imperativo è non disperdere questo desiderio autentico di conoscenza. Difendere con sapienza e valorizzare i momenti in cui le idee nascono, continuando a dettare una linea culturale che trovi forza nei contenuti ed anche nei metodi cari alla ricerca scientifica.

seminario assisi

E le idee, ad Assisi, sono nate anche nei ristoranti e nei bar dove ci si è incontrati per continuare a commentare quanto ascoltato in plenaria. Una città presa d’assedio e non dalle orde Saracene di Federico II, ma dal senso di appartenenza, dalla curiosità intellettuale, dall’eccitazione di continuare ad incontrarsi per pianificare nuove ricerche. Questo è il clima che abbiamo respirato, vera e propria boccata d’ossigeno per le menti dei più “anziani”, rientrati a casa con tante cose in più su cui riflettere, grati agli studenti per aver ricordato che bisogna essere dei curiosi, ai limiti del pettegolezzo per far progredire la conoscenza comune.

Infine, nel corso degli ultimi anni e grazie all’impegno di chi lavora per la scuola, si è affermato definitivamente il convincimento che bisogna promuovere profili di professionalità fondati su una visione dello psicoterapeuta come promotore di scienza e profondo conoscitore dei fenomeni della mente, a dispetto di quanti nel panorama culturale lo vorrebbero esclusivo dispensatore di tecniche. Possiamo dire di essere riusciti nell’intento. Possiamo dire che i cinquecento partecipanti al congresso di Assisi hanno dimostrato che chi intraprenderà la Professione di Psicoterapeuta saprà agire nella convinzione che la cura non si risolve nell’esercizio della sola tecnica e che il messaggio relativo alla necessità di agire avendo come riferimento solide basi scientifiche non resterà inascoltato.

Qualcuno diceva che la scienza può progredire soltanto negli ambienti che sono pronti ad accoglierla. Ebbene, l’esperienza di Assisi ci rassicura. In Italia, giovani cognitivisti crescono con una forte disposizione alla ricerca. E questo è un bene, anche se non conviene abbassare la guardia.

 

Numeri e considerazioni: uno sguardo ai dettagli

Tanti gli allievi che hanno raggiunto Assisi dalle diverse sedi delle Scuole SPC ed APC (da Roma 72, Verona 52, Napoli 37, Grosseto 23, Ancona 11, Lecce 8 e da Reggio Calabria 5, per un totale di 203 allievi) e dalle sedi della scuola “Studi Cognitivi” (200 allievi).

Numerosi, oltre che di grande interesse teorico e clinico, anche i lavori presentati (21 relazioni orali e 49 poster). In particolare, allo scopo di dare maggior risalto ai poster, tipologia di presentazione cui solitamente viene dedicato poco spazio con inevitabile svilimento dei lavori, sono state organizzate sessioni in parallelo, all’interno delle quali ciascun autore ha potuto presentare il lavoro svolto e, sotto l’attenta guida di tutor, dare vita ad una breve discussione.

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Quelli che in prima linea

Positivo il riscontro tra gli allievi che hanno partecipato all’iniziativa in qualità di relatori piuttosto che di uditori. Il dibattito ha consentito loro di approfondire e condividere le proprie conoscenze sulla letteratura scientifica internazionale su particolari questioni teoriche e cliniche ancora aperte in ambito psicopatologico e psicoterapeutico.

Con estremo favore, i didatti e i docenti delle scuole hanno notato che termini come“correlazione, variabile dipendente/indipendente, operazionalizzazione, campione, analisi della varianza, ecc.” circolavano liberamente tra gli allievi senza suscitare particolari timori o dubbi.

Da notare come tutte le scuole abbiano partecipato con contributi interessanti ed originali, caratterizzati da un certo rigore metodologico, a testimonianza di come la necessità di impegnarsi in attività di studio e ricerca sia condivisa e diffusa in tutte le sedi (il libro degli abstact è consultabile su http://www.apc.it/convegni_e_congressi.asp). Nel corso della due giorni, abbiamo visto avvicendarsi al tavolo della presidenza i protagonisti del Forum: Carone et al. (SPC Verona) hanno dimostrato come in soggetti cui è stato indotto senso di colpa, la presenza di controfattuali si accompagni ad una minore sensibilità alle espressioni di rabbia e disgusto; Balestrini et al. (SPC Grosseto) hanno presentato una rassegna della letteratura scientifica sul rischio di suicidio nel trattamento della Depressione;  Avallone et al. (SPC Napoli) hanno aggiornato la platea sullo stato dell’arte delle neuroscienze sociali in riferimento all’empatia. Ed ancora, la review sull’impulsività in età evolutiva di D’Alessandro et al. (SPC Ancona), lo studio di Barbarulo et al. (SPC Napoli, IV anno) con il quale hanno dimostrato come la capacità di inferire sia stati mentali, sia stati emotivi si deteriori con il progredire dell’età, la presentazione di Calarco et al. (SPC Reggio Calabria) sulla relazione tra tratti narcisistici, perfezionismo ed alessitimia, l’interveno di Bencivenga et al. (SPC Napoli) sulle differenze qualitative e quantitative nella valutazione dell’alleanza terapeutica.
Cantanna et al. (APC Lecce) hanno valutato la co-presenza di impulsività e comportamenti ossessivo-compulsivi in condizioni di dipendenza sessuale; nell’ambito del dibattito sulla difficoltà di porre diagnosi di disturbo di personalità, il lavoro di Martelli Venturi (SPC Roma) che ha confermato le criticità nel porre diagnosi di Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità; Baroncelli et al. (SPC Grosseto) hanno valutato sul territorio nazionale le attitudini alimentari, l’immagine corporea, l’impulso alla magrezza ed il body checking in un campione non clinico, rintracciando differenze a carico di alcune regioni; Carone et al. (APC Lecce) hanno condotto uno studio volto a rintracciare somiglianze e differenze tra maschi e femmine nello sviluppo di disturbi del comportamento  alimentare.

Ed infine, ci rassicura l’esito della ricerca di  Carreri et al. (APC Verona) sulla soddisfazione professionale e sul senso di autoefficacia in un campione di specializzati dei corsi APC ed SPC di Verona, finalizzata a definire criteri utili a stabilire l’impatto che la formazione produce sulla qualità professionale.

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Insomma, riteniamo che valesse la pena citarli tutti. Citarli per riconoscere che essere stati per due giorni al centro del dibattito abbia rappresentato un impegno. Un impegno che ha richiesto energie sia nella fase di costruzione, sia nella fase immediatamente precedente la presentazione, con la tensione iniziale che si è sciolta negli applausi tributati a chi si è assunto l’onere del ruolo di protagonista.

Un’ultima cosa… in prima linea c’era anche chi il Forum ha contribuito a realizzarlo. L’Instancabile Lorenza Isola ha coordinato nei mesi scorsi i colleghi del comitato organizzatore: Carlo Buonanno, Rino Capo, Teresa Cosentino, Claudia Perdighe e Giuseppe Romano. Un lavoro secondo noi meritevole di plauso, reso possibile grazie al contributo e alla pazienza di chi era lì ad accogliere i 500 partecipanti al tavolo della segreteria: Francesca Righi, Francesca Crecco e Debora Ferri. Queste le persone che hanno lavorato nei mesi scorsi. A loro un grazie di cuore.

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I lavori premiati

L’evento si è concluso con la premiazione di quattro lavori tra quelli presentati dagli allievi delle Scuole di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva APC ed SPC. In palio, la partecipazione gratuita al convegno organizzato dall’SPR che si terrà ad Urbino (iscrizione e pernottamento), premio di cui beneficierà lo studente che si è assunto l’onere di presentare il lavoro ad Assisi.

In questo caso, poster e relazioni sono stati scelti in base alla qualità scientifica del lavoro (metodologia, fonti bibliografiche, forza statistica dei dati), all’interesse teorico e/o alla rilevanza clinica del lavoro di ricerca o di review , alla qualità e comprensibilità della comunicazione.

I controfattuali possono moderare l’espressione emotiva? Uno studio pilota di Carone F., Di Sabato A., Costa V., Garau F., Peruquet A., Gangemi A., Mancini F. (APC ed SPC – Verona)

Il Questionario di Sicurezza e Protezione (QSP) di A. Brugnara, R. Fattorini, A. Ferrante, H. Marino, S. Tagliazucchi e C. Toso (APC Verona)

La trasmissione intergenerazionale dello stile di attaccamento tra genitori udenti e bambini sordi di G. Arcaro, M. Bevilacqua, D. Di Donfrancesco, L. Lessio, E.C. Russo, F. Zanella, N. Fabbro (APC ed SPC Verona)

Neuroanatomia funzionale della psicoterapia: quali meccanismi neurali sottendono all’efficacia dei trattamenti psicologici? di T. Ambrosio, C. Barba, A. Borrelli, G. Busiello, G. Castoro, M.T. Colavitto, M.A. Di Lucca, M. Di Meo, G. Gentile, E. Indaco, M. Lopez, P. Landi, I. Nigro, R. Parrotta, S. Piserchia, A. Ponticelli, G. Riccardi, M. Riello, V. Simeone, L. Vergatti e G. D’Urso (SPC Napoli)

 

La buona Novella

Data l’enorme utilità dell’iniziativa, in termini sia di promozione ed arricchimento della conoscenza, sia di motivazione e formazione alle attività di ricerca, gli organizzatori dell’evento hanno ritenuto opportuno ed auspicabile ripetere l’esperienza tra due anni, con l’intento di farne un appuntamento fisso volto a stimolare le attività di ricerca promosse nella scuola, ottimizzarle in termini qualitativi e rendere patrimonio comune di tutti gli allievi i lavori portati avanti nelle diverse sedi.